EMILE ZOLA.
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Lourdes. (da: LE TRE CITTÀ).
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Parte 1.
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Traduzione di: Giorgio Palma. (alias Emilia Luzzatto).
1904. Casa Editrice Nazionale ROUX & VIARENGO, ROMA-TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito www.liberliber.it.
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CENNI SULL'AUTORE.
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Emile Édouard Charles Antoine Zola (Parigi, 2 aprile 1840 – Parigi, 29 settembre 1902) è stato uno scrittore, giornalista, saggista, critico letterario, filosofo e fotografo francese. 
Figlio di un ingegnere veneziano e di una francese, visse dal 1843 a Aix-en-Provence, dove, perduto il padre nel 1847, compì i primi studi, assistito dalla madre; fu coetaneo e amico di P. Cézanne. A diciotto anni, tornò a Parigi con la madre; non poté accedere all'università e, stretto dal bisogno, s'impiegò assai modestamente presso la casa editrice Hachette. Si affermò dapprima come critico d'arte, assumendo la difesa dell'impressionismo. Il suo primo romanzo degno di nota è Thérèse Raquin, dove già si osserva una preoccupazione "scientifica"; quindi vagheggiò un grande ciclo di romanzi, fondato su "documenti umani", secondo i canoni del nascente naturalismo. Attese all'esecuzione del ciclo, che comprende venti romanzi per oltre un ventennio, accentuando sempre più la minuziosa osservazione della vita del suo tempo, senza rifuggire da immagini anche brutali e da particolari audaci, scegliendo per ciascun romanzo un ben preciso ambiente che egli puntualizzava con una documentazione capillare e diretta. Nelle polemiche provocate dall'"affaire Dreyfus" prese coraggiosamente ed energicamente posizione a favore dell'innocente attraverso una serie di articoli culminati nella lettera aperta al presidente della Repubblica pubblicata sull'Aurore del 13 genn. 1898 (nota con il titolo di J'accuse), che gli procurò un processo e una condanna che lo costrinsero a rifugiarsi in Inghilterra.
Zola accompagnò la sua opera di romanziere con tutta una serie di scritti critici e polemici.
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LOURDES.
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PRIMA GIORNATA
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1.
Mentre nel treno già in moto, i pellegrini e gli infermi, stipati sui duri sedili del vagone di terza, finivano l'Ave Maris Stella, intuonata nell'uscire dalla stazione di Orleans, Maria, rizzandosi a metà dal suo giaciglio di dolori, in una febbre d'impazienza, scorse le fortificazioni.
- Ah! le fortificazioni! ? gridò con voce lieta, non ostante le sue sofferenze. ? Siamo fuori di Parigi, siamo partiti finalmente!
Davanti a lei, suo padre, il signor di Guersaint, sorrise della sua gioia; mentre l'abate Pietro Froment che la guardava con tenerezza paterna, si lasciò sfuggire una osservazione, nella sua pietà inquieta:
- Ne abbiamo sino a domattina: non saremo a Lourdes che alle tre e quaranta. Più di ventidue ore di viaggio!
Erano le cinque e mezza, il sole sorgeva allora allora, sfolgorante, nella limpidità di una splendida mattina.
Era un venerdì, il 19 di agosto.
Ma già all'orizzonte, alcune nuvolette bigie annunziavano una giornata terribile per quell'afa che precede i temporali.
Ed i raggi obliqui scivolavano nei riparti del vagone, diffondendovi un oscillante polverio d'oro.
Maria, ripiombata nella sua ansia, mormorò:
- Sì, ventidue ore. Dio mio! Quanto tempo ancora!
Il padre l'aiutò ad adagiarsi nell'angusta cassa, una specie di grondaia, in cui essa viveva da sette anni. Avevano acconsentito a prendere, eccezionalmente, col bagaglio, le due paia di ruote, che si toglievano e si adattavano a vicenda a quella cassa, per condurre l'inferma a passeggio. Stretta così, fra le tavole di quella bara mobile, essa occupava tre posti del sedile; e rimase un momento con le palpebre chiuse, con la faccia dimagrita e terrea, ancor delicatamente infantile, sebbene Maria avesse già ventitre anni e leggiadra comunque tra i meravigliosi capelli biondi, dei capelli da regina, che la malattia rispettava. Molto modestamente vestita di una lanetta nera, portava appeso al collo il cartello dell'ospedale, recante il suo nome ed il suo numero d'ordine. Aveva desiderato ella stessa far il viaggio così umilmente, per non essere occasione di spesa ai suoi, caduti, a poco a poco, in una grande penuria.
Ed ecco perchè si trovava là, in terza, nel convoglio bianco, il convoglio degli ammalati gravi, il più doloroso dei quattordici convogli i quali partivano quel giorno per Lourdes: quello in cui si pigiavano, oltre ai cinquecento pellegrini validi, circa trecento miserabili, rifiniti dalla debolezza, contratti dagli spasimi, trascinati a grande velocità da un capo all'altro della Francia.
Dolente di averla rattristata, Pietro continuava a fissarla, con sguardo pietoso da fratello maggiore.
Dopo essersi occupato dei più minuti particolari, il prete aveva voluto anche accompagnarla, facendosi ricevere membro ausiliare dell'ospitalità di Nôtre-Dame du Salut; e portava, sulla sottana, la croce rossa, listata di color ranciato dei portantini.
Guersaint, invece, non teneva appuntata sulla giacca di panno grigio, che la croce scarlatta del pellegrinaggio. Sembrava beato di viaggiare, guardando sempre fuori, con quella sua testa sempre in moto, da uccello amabile e distratto, d'apparenza molto giovanile sebbene avesse oltrepassato i cinquant'anni.
Frattanto, nel riparto vicino, nonostante la violenza dell'oscillazione che strappava dei sospiri a Maria, suor Giacinta si era alzata. Osservò subito che la fanciulla era in pieno sole.
- Signor abate, calate un pochino la tenda... Suvvia; bisogna mettersi a posto ad accomodare per bene le nostre cosuccie.
E nel suo saio nero da suora dell'Assunzione, saio illuminato dal soggolo bianco, dalla camicetta bianca, dal grembiulone bianco, suor Giacinta sorrideva, piena di attività balda.
La sua gioventù sfolgorava nella bocca piccola e fresca, in fondo ai begli occhi azzurri, sempre teneri. Non era bella forse, ma adorabile, snella, alta, con un petto da giovinetto sotto il bavaglio del grembiule, e sembrava un buon giovincello dalla carnagione di neve, dall'aspetto pieno di salute, di allegria e d'innocenza.
- Ma ci arrostisce già, quel sole! ve ne prego, signora, calate anche la vostra tenda.
Nell'angolo presso alla suora, la signora di Jonquière teneva ancora la borsetta sulle ginocchia. Calò lentamente la tenda. Nera di capelli e robusta, era ancora piacente sebbene avesse una figlia di ventiquattro anni: Raimonda, che aveva fatto salire, per convenienza, in un vagone di prima classe con due dame ospitaliere, la signora Désagneaux e la signora Wolmar. Lei, direttrice di una sala dell'ospedale della Madonna addolorata di Lourdes, non lasciava i suoi ammalati e, fuori, sullo sportello del riparto, pendeva il cartello regolamentare su cui erano segnati, oltre al suo, i nomi delle altre suore dell'Assunzione che l'accompagnavano.
Vedova d'un marito rovinato, vivendo poveramente, colla figlia, di un reddito di quattro o cinque mila lire, in fondo ad un cortile di via Vaneau, la Jonquière era d'una carità inesauribile, consacrando tutto il suo tempo all'opera pia dell'ospedale di Nôtre-Dame du Salut, di cui portava anch'essa la croce rossa sul vestito di popelina color carmelitana, e di cui era una delle più operose benefattrici.
D'indole un po' orgogliosa, vaga di essere lusingata ed amata, essa pareva felice di quel viaggio annuale, in cui appagava la sua passione prediletta ed il suo cuore.
- Avete ragione, suor Giacinta, ci organizzeremo ora. Non so perchè io mi tenga qui questa borsa.
Se la pose vicina, sotto il sedile.
- Aspettate, riprese suor Giacinta, avete la mezzina dell'acqua fra le gambe. Vi disturba.
- Ma no, davvero. Lasciatela. Bisogna pure che stia in qualche luogo,
Tutte e due allora assestarono le cose, come dicevano, per vivere colà un giorno ed una notte, insieme ai loro malati, colla maggior comodità possibile.
Il male si era che non avessero potuto prendere Maria nel loro scompartimento, questa avendo voluto tenersi vicini il padre e Pietro; ma si poteva facilmente parlarsi e comunicare al disopra della parete divisoria che era bassa. E tutto il vagone d'altronde, coi suoi cinque scompartimenti di dieci posti, non formava che una sola camerata, una specie di sala mobile, che si poteva abbracciare con uno sguardo solo. Tra le nude e gialle pareti di legno, sotto il soffitto dipinto in bianco, quel vagone appariva veramente come una sala d'ospedale, nel disordine e nel trambusto di un'ambulanza, improvvisata lì per lì. Dei vasi, delle catinelle, delle granate, delle spugne, giacevano, semi nascoste, sotto i sedili. Poi, siccome il convoglio non accettava bagagli, si vedevano dei colli ammucchiati per ogni angolo, valigie, cassette di legno greggio, scatole da cappelli, borse, un mucchio miserevole di povere cose logore: rattoppate con dello spago; e quell'ingombro di roba continuava su per aria dove dei vestiti, degli involti, dei canestri appesi ai chiodi di ottone dondolavano senza posa.
In mezzo a quelle cianfrusaglie, gli infermi molto aggravati, distesi sulle materasse strette che occupavano parecchi posti, oscillavano sotto le scosse ruggenti delle ruote; mentre quelli che potevano rimanere seduti, si addossavano alle pareti, si poggiavano ai guanciali, colla faccia terrea. Per regola, vi doveva essere in ogni vagone una dama ospitaliera. All'altro capo stava una seconda suora dell'Assunzione, suor Chiara degli Angeli.
Alcuni pellegrini validi si alzavano, mettendosi già a mangiare e bere. In fondo, c'era perfino uno scompartimento intero di donne, dieci pellegrine, pigiate l'una sull'altra, quali giovani, quali vecchie, tutte di una bruttezza triste e dolorosa. E, siccome non si potevano calare i cristalli pei tisici che erano là, si cominciava a sentire il caldo e un odore insopportabile, che sembrava si sprigionasse dalle scosse di quella corsa a grande velocità.
A Juvisy dissero il rosario. E suonavano le sei, si passava davanti alla stazione di Bretigny con impeto di bufera, quando suor Giacinta si alzò. Era lei che dirigeva gli esercizi spirituali, di cui la maggior parte dei pellegrini seguiva il programma in un libriccino rilegato in turchino.
- L'Avemaria, figli miei ? disse, sorridendo con quel suo fare materno, che la sua gaia gioventù rendeva così gentile e così dolce.
Vi fu di nuovo un succedersi di Ave.
E mentre finivano, Pietro e Maria si preoccuparono di due donne che stavano negli altri due angoli del loro scompartimento. L'una, quella che sedeva ai piedi di Maria, era una bionda sottile, benestante, a giudicarne dal vestire, la quale poteva avere trenta e qualche anno, ma era avvizzita prima del tempo. Si faceva piccina, non teneva quasi nessun posto, col suo vestito scuro, i capelli sbiaditi, la faccia lunga e dolorosa, da cui spiravano una prostrazione assoluta, una tristezza infinita.
Rimpetto a lei, l'altra, quella che era sullo stesso sedile addietro, un'operaia della stessa età, in cuffia nera, con una faccia incavata dalla miseria e dall'inquietudine, teneva sulle ginocchia una ragazzetta di sette anni, così pallida, così distrutta, che ne mostrava appena quattro.
La piccina, col naso adunco, le palpebre livide, chiuse nella faccia cerea, non poteva parlare: e mandava solo un fioco lamento, un gemito dolce che lacerava ogni volta il cuore della madre, china su di lei.
- Mangerebbe un po' d'uva? ? disse timidamente la signora, rimasta muta sino a quel momento. ? Ne ho nel mio canestro.
- Grazie, signora ? rispose l'operaia. ? Non prende che del latte, ed a mala pena anche quello... Ho avuto cura di portarne una bottiglia.
E, cedendo al bisogno di sfogo degli infelici, disse la sua storia. Si chiamava Vincent; il marito, che faceva l'indoratore, le era stato portato via dalla tisi. Rimasta sola colla piccola Rosa, che era il suo idolo, aveva lavorato giorno e notte da sarta, per allevarla. Ma la malattia era venuta. Da quattordici mesi la teneva in braccio così, sempre più spasimante e distrutta, ridotta a niente. Un giorno, lei che non andava mai a messa, era entrata in una chiesa, spinta dalla disperazione, implorando la guarigione della figlia, e colà aveva udito una voce che le diceva di condurla a Lourdes, dove la Beata Vergine avrebbe avuto pietà di lei. Non conoscendo nessuno ed ignorando come si organizzassero i pellegrinaggi, essa non aveva avuto che un'idea: lavorare, fare dei risparmi per raccogliere i denari del viaggio, prendere un biglietto e partire coi trenta soldi che le rimanevano, portando via una bottiglia di latte per la bambina, senza neppur pensare a comperare un pezzo di pane per sè.
- Che male ha quella cara piccina? ? riprese la signora.
- Oh! signora, è certamente una scrofolosi del ventre. Ma i medici hanno del nomi speciali... Sulle prime, non ha avuto che qualche lieve dolore. Poi il ventre si è gonfiato ed essa soffriva tanto, oh! tanto! da strappare le lagrime. Adesso, il ventre è tornato piano: ma essa non esiste più, non ha più gambe, tanto è magra, e se ne va in sudori continui...
Poi, siccome Rosa aveva dato un gemito, aprendo le palpebre, la madre si chinò, turbata, pallidissima.
- Gioia mia, mio tesoro, che hai?... Vuoi bere?
Ma già la piccina, di cui si erano intravveduti gli occhi spenti, di un ceruleo torbido, li richiudeva: e non rispose neppure, ricadendo nel suo annichilimento, tutta bianca nella veste bianca, una civetteria suprema della madre, la quale aveva voluto fare quella spesa inutile nella speranza che la Vergine sarebbe più benigna verso una piccola inferma ben vestita e tutta bianca.
Dopo una pausa, la signora Vincent riprese:
- E voi pure, signora, andate a Lourdes, non è vero? Si vede bene che siete ammalata...
Ma la signora si sbigottì e si rintanò dolorosamente nel suo angolo, mormorando:
- No, no! non sono ammalata... A Dio piacesse che io fossi ammalata! Soffrirei meno.
Si chiamava Maze, ed aveva nel cuore un dolore inguaribile. Avendo fatto un matrimonio d'amore, con un allegro giovanone, dalle labbra fresche, si era veduta abbandonata dopo un anno di luna di miele. Sempre in viaggio, per affari di gioielleria, suo marito, che guadagnava molto, spariva persino per sei mesi di seguito, facendo baldoria da un capo all'altro della Francia, con donne di mal affare che conduceva seco.
Ed essa lo adorava e ne soffriva così atrocemente che si era data alla divozione. Ed ora si era decisa a recarsi a Lourdes per scongiurare la Vergine di convertire il marito e di renderglielo.
La Vincent non capì bene, ma intuì in quella donna una grande angoscia morale; e continuarono a guardarsi, tutte e due, la donna abbandonata che agonizzava nella sua passione, e la madre che moriva, vedendo morire la sua creatura.
Frattanto Pietro che aveva ascoltato, come Maria, intervenne. Stupiva che l'operaia non avesse chiesto per la piccina la grazia ospitaliera. L'associazione di Nôtre Dame du Salut era stata fondata dopo la guerra dai padri Agostiniani dell'Assunzione, allo scopo di cooperare, con la preghiera in comune e coll'esercizio della carità, alla salvezza della Francia ed alla difesa della Chiesa: ed erano essi, che, promuovendo l'agitazione dei grandi pellegrinaggi, avevano specialmente creato e continuamente diffuso da vent'anni, il pellegrinaggio nazionale che si recava ogni anno a Lourdes, verso la fine di agosto. In questo modo si era formata, a poco a poco, una organizzazione sapiente, con elemosine raccolte nel mondo intero, infermi arruolati in ogni parrocchia, trattati conchiusi con le Società ferroviarie, tacendo del concorso così attivo delle piccole suore dell'Assunzione e della costituzione dell'Opera pia di Nôtre Dame du Salut, vasta affiliazione di tutte le carità, in cui, uomini e donne, appartenenti per la maggior parte alla buona società, posti sotto gli ordini del direttore del pellegrinaggio, assistevano gli ammalati, trasportandoli e vegliando alla disciplina.
Gli ammalati dovevano fare una domanda in iscritto per ottenere l'ammissione all'Opera pia, che provvedeva alle benchè menome spese del viaggio e del soggiorno: si andava a prenderli al loro domicilio e vi si riconducevano; bastava quindi che portassero con sè le provvigioni pel viaggio. La massima parte era raccomandata da sacerdoti, da persone caritatevoli, che facevano un'inchiesta per loro conto, raccoglievano documenti, gli atti d'identicità necessarii, i certificati dei medici, dopo di che, gli ammalati non avevano più nessuna briga, non erano più che una triste carne da spasimo e da miracolo, fra le mani fraterne degli ospitalieri.
- Ma, signora ? spiegava Pietro ? sarebbe bastato che vi rivolgeste al parroco della vostra parrocchia. Questa povera piccina meritava tutte le simpatie. L'avrebbero accettata immediatamente.
- Non lo sapevo, signor abate.
- Ma come avete fatto allora?
- Sono andata a prendere un biglietto in un luogo indicatomi da una vicina che leggeva i giornali.
Parlava dei biglietti a prezzi ridottissimi che venivano distribuiti ai pellegrini che erano in grado di pagare.
E Maria, ascoltandola, si sentiva presa da una grande pietà e da un po' di vergogna; lei che non era affatto priva di risorse era riuscita ad ottenere la grazia mercè le cure di Pietro, mentre quella madre e la sua misera creatura, dopo aver sagrificato tutti i loro meschini risparmi, restavano senza un soldo.
Ma una scossa più forte del vagone le strappò un grido.
- Oh! papà ti prego... alzami un pochino. Non posso più restare sulla schiena.
E quando Guersaint l'ebbe fatta sedere, diede un profondo sospiro. Erano giunti ad Etampes, ad un'ora e mezza da Parigi e cominciavano già a sentire la stanchezza pel sole più caldo, la polvere ed il frastuono. La signora di Jonquière s'era levata in piedi parlando al disopra della parete, per incoraggiare la ragazza con buone parole; e suor Giacinta si alzò di nuovo anch'essa, battendo allegramente palma a palma, per farsi udire ed ubbidire da un capo all'altro del vagone.
- Via, via! Non pensiamo ai nostri malucci. Preghiamo e cantiamo e la Beata Vergine sarà con noi.
Cominciò ella stessa il Rosario, sulla versione di Nostra Signora di Lourdes: e tutti gli ammalati ed i pellegrini lo dissero con lei. Era la prima corona, i cinque Misteri gaudiosi, l'Annunziazione, la Visitazione, la Natività, la Purificazione e Gesù ritrovato. Poi, tutti intuonarono il cantico: "Contempliamo il celeste arcangelo..."
Il frastuono delle ruote copriva le voci: non si udiva che il mormorìo soffocato di quel mare umano, mormorìo che si spegneva in fondo al vagone chiuso, fuggente senza posa.
Sebbene fosse osservante, Guersaint non poteva mai arrivare sino alla fine di un cantico. Si alzava, tornava a sedere. Finì col poggiarsi alla parete per discorrere, a mezza voce con un ammalato, seduto nello scompartimento attiguo, ed addossato alla parete stessa.
Sabathier era un uomo sulla cinquantina, tarchiato, completamente calvo e con faccia grossa e bonaria. Da quindici anni era colpito da atassia, non soffrendo che di tratto in tratto, ma privo dell'uso delle gambe, diventate inerti: sua moglie, che lo accompagnava, gliele cambiava di posto come delle gambe morte, quando gli pesavano troppo, simili com'erano a sbarre di piombo.
- Sissignore, così come mi vedete, sono un ex-professore di quinta del liceo Carlomagno. Sulle prime ho creduto che non si trattasse che di una sciatica. Poi ho avuto i dolori folgoranti, sapete, le trafitte di spada rovente nei muscoli. Durante dieci anni quasi, sono stato, a poco a poco, invaso dal male; ho consultato tutti i medici, sono andato a far tutte le cure di acque minerali immaginabili: ed ora soffro meno, ma non posso più muovermi dalla sedia. Finalmente, io che aveva vissuto senza religione, sono stato ricondotto a Dio da quell'idea che ero troppo infelice e che Nostra Signora di Lourdes non poteva far a meno di aver pietà di me.
Pietro, interessandosi a quel racconto, s'era poggiato anche lui alla parete ed ascoltava.
- Non è vero, signor abate, che la sofferenza è il miglior risveglio delle anime? Ecco il settimo anno che vado a Lourdes, senza disperare della mia guarigione. Quest'anno, ne sono convinto, la Beata Vergine mi guarirà. Ah! sì; spero che mi sarà concesso di camminare: non vivo che in questa speranza ormai.
Sabathier s'interruppe, volendo che la moglie gli spingesse le gambe più a sinistra; e Pietro lo guardava, meravigliando di trovare quella persistenza di fede in un uomo intellettuale, io uno di quegli universitarii, così atei di solito. Come mai la credenza nel miracolo aveva potuto germogliare ed attecchire in quel cervello?
La sola spiegazione del fatto stava, secondo le stesse parole di Sabathier, in uno di quei grandi dolori che hanno bisogno dell'illusione, quella fioritura della consolatrice eterna.
- E, vedete, mia moglie ed io siamo vestiti da poveri perchè ho desiderato quest'anno di non essere che un povero e mi sono fatto graziare per umiltà, perchè la Beata Vergine mi confondesse con gli infelici, che sono suoi figli. Soltanto, non volendo prendere il posto di un vero povero, ho versato cinquanta franchi all'Opera pia, il che, come sapete, dà il diritto di avere un ammalato per conto proprio al pellegrinaggio... Anzi, lo conosco, il mio ammalato. Me l'hanno presentato, un momento fa, alla stazione. E' un tubercoloso, a quanto pare, e l'ho giudicato in condizioni molto, ma molto tristi...
Vi fu un nuovo silenzio.
- Basta, la Santa Vergine lo salvi anch'esso, lei che può tutto e sarò felice, felicissimo, mi avrà colmato di grazie!
I tre uomini continuarono a discorrere fra di loro, isolandosi, parlando prima di medicina, poi entrando in una discussione sull'architettura romana, a proposito di un campanile, veduto sopra un'altura e che tutti i pellegrini avevano salutato col segno della croce. Il giovane prete ed i suoi compagni si distraevano, ripresi dalle abitudini della loro mente colta in mezzo a quella povera gente addolorata, a quei poveri di spirito, inebetiti dalla miseria. Scorse un'ora, avevano cantati due altri cantici, e varcate le stazioni di Toury e di Aubrais, quando, a Beaugency, cessarono finalmente di discorre, udendo suor Giacinta, la quale, dopo aver battuto palma a palma, esclamava con la sua voce fresca e sonora.
- Parce Domine, parce populo tuo...
Ed il canto ricominciò, tutte le voci si unirono, e vibrò quell'onda sempre rinovellata di preghiere che intorpidiva il dolore, esaltava la speranza, invadendo a poco a poco tutto l'essere, affranto dall'idea fissa delle grazie e delle guarigioni, che si andavano a cercare tanto lontano.
Ma, come Pietro tornava a sedere, vide Maria pallidissima con gli occhi chiusi: egli indovinò, dalla contrazione dolorosa del suo volto, che non dormiva.
- Soffrite di più?
- Oh! atrocemente. Non potrò resistere fino alla fine. Sono queste scosse continue...
Diede un gemito, riaprì gli occhi. Poi rimase a sedere, venendo meno e guardando gli altri ammalati. In quel mentre, appunto, nello scompartimento vicino, rimpetto a Sabathier, la Grivotte, rimasta fin allora a giacere senza un respiro, come morta, si era sollevata. Era una ragazzona che aveva oltrepassato la trentina, strana d'aspetto e dinoccolata, col viso rotondo e patito, ma resa quasi bella dai capelli crespi e dagli occhi di fiamma. Era tisica al terzo grado.
- Ah! signorina, disse, rivolgendosi a Maria colla sua voce rauca, appena udibile, come si sarebbe felici di poter prendere un po' di sonno, non è vero? Ma è impossibile; tutte quelle ruote vi girano nella testa.
E per quanto si stancasse a parlare, si ostinò a dare dei particolari sul proprio conto. Era materassaia; per lungo tempo, a Bercy, con una zia, aveva trapuntato delle materasse, nei cortili; ed era appunto a tutta quella lana appestata che aveva cardata in gioventù che attribuiva il suo male. Da cinque anni, faceva il giro degli ospedali di Parigi. Parlava familiarmente dei medici illustri. Erano le suore di Lariboisière le quali, vedendo che aveva la passione delle cerimonie religiose, avevano compiuta la sua conversione, convincendola che la Vergine l'aspettava a Lourdes, per farla guarire.
- Certo, ne ho bisogno: dicono così che ho un polmone andato e che l'altro non vale molto di più... Delle caverne, sapete... Prima, non avevo che dei dolori fra le spalle e sputavo della schiuma. Poi sono diventata magra che era una pietà. Oramai sono sempre in traspirazione, tosso da strapparmi l'anima e non posso più sputare, tanto il catarro è denso... E, vedete, non mi reggo in piedi, non mangio...
Una soffocazione l'interruppe, si fece livida.
- Non importa, preferisco ancora il mio stato a quello del frate che è nell'altro scompartimento, dietro di me. Ha lo stesso mio male, ma più inoltrato del mio.
Si ingannava; c'era infatti lì, dietro Maria, coricato sur una materassa, un giovane missionario, frate Isidoro, che non si vedeva perchè non poteva muovere un dito. Ma non era tisico; moriva di una infiammazione del fegato, presa al Senegal. Lungo e secco, aveva la faccia gialla, asciutta e morta come una pergamena. L'ascesso formatosi al fegato, aveva finito col perforarlo, manifestandosi all'esterno, e la suppurazione lo esauriva, dandogli continui brividi di febbre, vomiti e delirii. Soltanto i suoi occhi erano ancora vivi; occhi pieni di amore inestinguibile, di cui la fiamma rischiarava il suo viso morente da Cristo in croce, un viso volgare da contadino, che alle volte la fede e l'esaltazione rendevano sublime. Nato in Brettagna, ultimo gracile rampollo di una famiglia troppo numerosa, aveva lasciato laggiù il suo po' di terra ai fratelli maggiori. Ed una delle sue sorelle lo accompagnava, Marta, una fanciulla che aveva due anni più di lui ed era in servizio a Parigi, povera creatura così devota nella sua umiltà di serva da strapazzo, che aveva lasciato il suo posto per seguirlo, e si mangiava i suoi magri risparmi.
- Ero in terra, sullo scalo, quando lo hanno cacciato in vagone ? riprese la Grivotte. ? Quattro uomini lo tenevano...
Ma non potè dire altro. Un accesso di tosse le tolse il respiro, facendola ricadere sul sedile. Soffocava; gli zigomi rosei delle guancie le si facevano violacei. E, subito, suor Giacinta le sollevò il capo e le asciugò le labbra con una pezzuola che si macchiava di rosso; nello stesso tempo, la signora di Jonquière assisteva l'ammalata che aveva rimpetto e che era svenuta.
Questa si chiamava Vêtu, era moglie di un modesto orologiaio del quartiere Mouffetard, che non aveva potuto chiudere bottega per accompagnarla a Lourdes, e si era fatta accettare dall'Opera pia per essere sicura di venire assistita. La paura della morte la riconduceva in chiesa, dove non aveva messo piede dopo la prima comunione. Si sapeva condannata, divorata com'era da un cancro allo stomaco: aveva il viso sparuto e paglierino della gente afflitta da cancri, ed era già al punto da avere delle deiezioni nere, come se avesse vomitato della fuliggine. In tutto il viaggio non aveva ancor detto una parola, con le labbra suggellate, soffrendo atroci spasimi. Poi era stata presa dai vomiti ed era svenuta. Appena apriva la bocca se ne diffondeva un odore spaventoso, una pestilenza tale da mettere nausea.
- Non ci si regge più ? mormorò la signora di Jonquière che si sentiva venir meno ? ci vuole un po' d'aria.
Suor Giacinta finiva di riadagiare la Grivotte sui guanciali.
- Certo; apriamo per qualche minuto, ma non da questa parte, perchè temo un nuovo accesso di tosse... Aprite dalla vostra parte, signora.
Il caldo cresceva sempre, si soffocava nell'afa nauseabonda, e quella poca aria pura che entrò, fu un sollievo per tutti. Per un momento vi furono altri lavori, si dovette ripulire il vagone: la suora rimestava i vasi, le catinelle, gettandone il contenuto dalla finestra, mentre la dama ospitaliera asciugava con una spugna l'impiantito che le scosse agitavano fortemente.
Conveniva rimettere in ordine ogni cosa: poi sorse una nuova preoccupazione: la quarta ammalata, che non si era ancora mossa, una ragazza sottile, di cui il viso era completamente ravvolto in uno scialle nero, disse che aveva fame.
La signora di Jonquière si offrì subito, col suo placido spirito di sacrificio.
- Non ve ne date pensiero, suor Giacinta. Le preparo io il pane sbocconcellato.
Maria, nel suo bisogno di svago, si era già occupata di quella forma immobile, nascosta sotto un velo nero.
Sospettava che si trattasse di qualche piaga alla faccia. Le avevano detto soltanto che era una donna di servizio. La sciagurata, certa Elisa Rouquet, aveva dovuto lasciare il suo posto e viveva a Parigi da una sorella che la bistrattava, nessun ospedale avendo voluto accettarla, perchè non aveva altra malattia che quella del viso. Molto devota, nutriva da mesi il più ardente desiderio di recarsi a Lourdes.
E Maria aspettava con segreto sgomento che lo scialle si scostasse.
- Sono abbastanza piccoli così? ? chiedeva la signora di Jonquière, maternamente. ? Potrete cacciarli in bocca?
Sotto lo scialle nero, una voce rauca grugniva delle parole indistinte.
- Sì, sì, signora.
Finalmente lo scialle cadde, e Maria ebbe un brivido di orrore.
Era un lupus, che, ingrandito a poco a poco, aveva invaso il naso e la bocca, una ulcerazione che continuava a diffondersi sotto le croste, divorando le mucose. La testa allungata in muso di cane, coi suoi capelli ispidi ed i suoi occhi tondi e sporgenti, era diventata orribile. Le cartilagini del naso erano quasi mangiate; la bocca ristretta e tirata a sinistra per l'enfiagione del labbro superiore, era simile ad una fessura obliqua, immonda e senza forma. Un trasudamento di sangue, misto a materia, colava dalla enorme piaga paonazza.
- Oh, Pietro, guardate! ? mormorò Maria, tremante.
Il prete fremette anche lui nel vedere Elisa Rouquet che faceva scivolare con cautela i morselli di pane nel foro sanguinolento che le serviva da bocca.
Tutto il vagone era illividito davanti all'abbominevole apparizione. E lo stesso pensiero saliva da tutte quelle anime, piene di speranza! Ah! Vergine santa, Vergine potente, che miracolo se un male simile guarisse!
- Figli miei, non pensiamo a noi stessi se vogliamo star bene ? ripetè suor Giacinta, che continuava a ridere col suo fare incoraggiante.
E fece recitare la seconda corona, i cinque Misteri dolorosi: Gesù nel giardino degli ulivi, Gesù flagellato, Gesù coronato di spine, Gesù che portava la sua croce, Gesù morente sulla croce. Poi seguì il cantico: Metto la mia fede, o Vergine, nel vostro soccorso.
Avevano attraversato Blois, viaggiavano già da tre ore. E Maria, che aveva distolto gli occhi da Elisa Rouquet, li fissava ora sopra un uomo che occupava un angolo dell'altro scompartimento a sinistra, quello in cui giaceva frate Isidoro. Più volte già, essa lo aveva notato: poveramente vestito, di un vecchio abito nero, giovane ancora, con barba rada già brizzolata, piccolo e scarno, livido, col volto incavato, madido di sudore, sembrava che soffrisse moltissimo.
Restava immobile, rintanato nel suo angolo, non parlando con nessuno e guardando fisso avanti a sè, con gli occhi spalancati. Ma, all'improvviso, Maria notò che le palpebre gli si chiudevano e che sveniva.
Allora richiamò su di lui l'attenzione della suora.
- Suor Giacinta, guardate un po! Si direbbe che quel signore si sente male.
- Dove, cara fanciulla?
- Laggiù, quegli che ha la testa buttata indietro.
Vi fu un trambusto: tutti i pellegrini sani si alzarono in piedi per vedere. E la signora di Jonquière ebbe l'idea di gridare a Marta, la sorella di frate Isidoro, che gli picchiasse nel palmo della mano.
- Interrogatelo, domandategli che male si sente.
Marta si avvicinò, lo scosse, gli fece delle domande. Ma l'uomo non rispondeva che rantolando, con gli occhi sempre chiusi.
Una voce sbigottita sorse, dicendo:
- Credo, in verità, che stia per morire.
La paura crebbe, le parole si incrociarono, la gente gridava dei consigli da un capo all'altro del vagone. Nessuno conosceva quell'uomo. Non era certamente fra i graziati, perchè non portava al collo il cartello bianco, colore del treno. Qualcuno riferì che lo aveva veduto arrivare tre minuti prima della partenza, strascinandosi, e che si era buttato, in atto di immensa stanchezza, in quell'angolo, dove ora moriva. Non aveva mai detto parola. Si vedeva il suo biglietto, infilato nel nastro del vecchio cappello, alto di forma, appeso vicino a lui.
Suor Giacinta diede un'esclamazione.
- Ah! Ecco che respira! Domandategli un po' il suo nome.
Ma l'uomo, nuovamente interrogato da Marta, mandò solo un gemito, un grido appena balbettato:
- Oh! come soffro!
E, da allora in poi, non diede altra risposta. Qualunque cosa gli si chiedesse, chi era, d'onde veniva, qual male pativa, quali cure gli si potessero dare, non rispondeva, mandando solo quel gemito continuo:
- Oh! soffro!... soffro!...
Suor Giacinta si agitava, impaziente. Se fosse stata almeno nello stesso riparto! E si riprometteva di cambiare posto alla prossima stazione. Senonchè per un pezzo non dovevano più fermarsi. La cosa si faceva terribile, tanto più che la testa dell'uomo si rovesciò di nuovo.
- Muore, muore! ? ripetè la voce.
Dio giusto! Che si doveva fare? La suora sapeva che un padre dell'ordine dell'Assunzione, il padre Massias, si trovava nel treno coll'olio santo, pronto a dar l'estrema unzione ai moribondi, perchè ogni anno si perdeva qualcuno in strada.
Ma non ardì ricorrere al segnale d'allarme. C'era anche il forgone della cantina, dove stava la suora San Francesco, ed in cui c'era un medico con una piccola farmacia. Se l'ammalato durava sino a Poitiers, dove si fermavano mezz'ora, gli si presterebbero tutte le cure possibili. Il più atroce sarebbe stato che morisse all'improvviso. Finirono però col calmarsi un pochino. L'uomo, sempre svenuto, aveva il respiro più regolare e pareva dormisse.
- Morire prima di arrivare ? mormorò Maria rabbrividendo ? morire davanti alla terra promessa...
E siccome suo padre la rassicurava:
- Ah! soffro, soffro tanto anch'io!
Non poteva più restar seduta; convenne ricoricarla nell'angusta sua bara. Il padre ed il prete dovettero impiegare una cautela infinita, perchè il menomo urto le strappava un gemito. E rimase senza respiro, come una morta, col viso spasimante, in mezzo alla sua regale capigliatura bionda. Da quasi quattro ore si correva, si correva sempre.
Il vagone era scosso, a quel punto, da un insopportabile movimento serpentino, perchè si trovava in coda; le catene stridevano, le ruote ruggivano.
Dalle finestre, che bisognava assolutamente lasciar socchiuse, la polvere entrava acre ed ardente. Ed il caldo sopratutto si faceva terribile, un'afa opprimente di temporale, in un cielo rossiccio, invaso a poco a poco dalle nubi.
Gli scompartimenti riarsi, quelle capanne mobili dove si mangiava, si beveva, dove gli ammalati davano sfogo a tutti i loro bisogni, in mezzo all'aria viziata ed all'alto ronzìo dei gemiti, delle preghiere e dei cantici, si cambiavano in fornaci.
E Maria non era la sola di cui lo stato fosse peggiorato: anche gli altri tutti soffrivano del viaggio. Sulle ginocchia della madre disperata, che la guardava coi grandi occhi offuscati dal pianto, la piccola Rosa non si moveva più, tanto pallida che, due volte, la signora Maze si era chinata per toccarle le mani, colla paura di trovarla fredda. Ogni momento la signora Sabathier doveva cambiar di posto le gambe del marito, il quale diceva che gli pesavano in tal modo che si sentiva lacerare i fianchi.
Frate Isidoro, scosso dal solito torpore, gettava delle grida: e sua sorella non aveva potuto sollevarlo in altro modo che alzandolo e serbandolo tra le braccia. La Grivotte sembrava addormentata, ma un singhiozzo continuo la scuoteva, ed un filo sottile di sangue le scorreva dalla bocca. La signora Vêtu aveva vomitato un'altra onda nera e pestilenziale. Elisa Rouquet non pensava più a nascondere l'atroce piaga boccheggiante del suo viso. E l'uomo, laggiù, continuava a rantolare, con soffio aspro, come se spirasse ad ogni secondo. Invano la signora di Jonquiére e suor Giacinta si moltiplicavano: non riuscivano che a confortare, per poco, tanti spasimi. A volte, quel vagone di miserie e di dolore, travolto a tutta velocità in mezzo alla continua oscillazione che faceva dondolare i bagagli, i vestiti appesi per aria, i canestri logori, aggiustati con lo spago, pareva una scena d'incubo; mentre nell'ultimo scompartimento dieci pellegrine, tutte di una bruttezza orribile, le giovani come le vecchie, cantavano senza posa con voce stridula, stonata e lamentevole.
Allora, Pietro pensò agli altri vagoni del treno, quel treno bianco che trasportava specialmente gli aggravati: tutti travolgevano gli stessi dolori, coi loro trecento ammalati ed i loro cinquecento pellegrini. Poi pensò agli altri treni che partivano da Parigi quel giorno stesso, il treno grigio ed il treno azzurro che avevano preceduto il treno bianco, il treno verde, il treno rosa, il treno ranciato che li seguivano. Da un capo all'altro della linea, si spiccavano dei treni a tutte le ore.
E pensò agli altri treni ancora, a quelli che partivano lo stesso giorno da Orleans, da Mans, da Poitiers, da Bordeaux, da Marsiglia, da Carcassonne. In quella stessa ora, la terra di Francia era solcata in tutti i sensi, da treni simili, tutti diretti laggiù, verso la Grotta santa, per condurre trentamila ammalati e pellegrini ai piedi della Vergine. E pensò che la fiumana di gente, che conveniva a Lourdes, quel giorno, vi irrompeva anche negli altri giorni dell'anno, che non passava settimana senza che Lourdes vedesse giungere un pellegrinaggio; che non era la Francia sola che si metteva in cammino, ma tutta l'Europa, ma il mondo intero, che in certi anni di grande fervore religioso si erano contati trecentomila e perfino cinquecentomila fra pellegrini e ammalati.
Pareva a Pietro di vederli, quei treni in corsa, quei treni venuti da ogni dove, convergenti tutti verso lo stesso cavo di roccia in cui fiammeggiavano dei ceri. Tutti mandavano il loro rombo tra le grida di dolore e l'invotarsi dei cantici. Erano gli ospedali viaggianti delle malattie disperate, l'irrompere dello spasimo umano verso la speranza della guarigione, una smania furente di conforto tra il ripetersi delle crisi, sotto la minaccia della morte vicina, atroce, in un pigia pigia di folla. Correvano, quei treni, correvano ancora, correvano senza posa, travolgendo con sè le miserie di questo mondo, sulla via della divina illusione, salute degli infermi, consolazione degli afflitti.
Ed una pietà immensa traboccò dal cuore di Pietro, ne traboccò la religione umana dei tanti spasimi, delle tante lagrime che struggevano l'uomo, debole e nudo. Egli si sentiva preso da tristezza infinita ed una carità ardente si accendeva in lui, come il fuoco inestinguibile della sua fraternità per tutte le cose e tutti gli uomini.
Alle dieci e mezzo, quando uscirono dalla stazione di S. Pietro dei Corpi, suor Giacinta diede il segnale e si recitò la terza corona, i cinque Misteri gloriosi, la Resurrezione di Nostro signore, l'Ascensione di Nostro Signore, la missione dello Spirito Santo, l'Assunzione della Santissima Vergine, l'incoronamento della Santissima Vergine.
Poi cantarono il cantico di Bernadette, la nenia infinita di sei diecine di strofe, in cui l'Ave Maria torna sempre come ritornello ? una nenia da culla che sopisce, una lenta ossessione che finisce con l'invadere tutto l'essere, addormentandolo di sonno estatico, nella gaudiosa aspettativa del miracolo.

 2.
Adesso sfilavano le verdi campagne del Poitou, e l'abate Froment, con lo sguardo volto a quelle, guardava la fuga degli alberi che, a poco a poco, cessò di distinguere. Un campanile apparve, sparì: tutti i pellegrini fecero il segno della croce. Non si doveva giungere a Poitiers che alle dodici e trentacinque: il treno continuava a viaggiare, nella fatica crescente di quella afosa giornata di temporale. Ed il giovine prete, caduto in una fantasticheria profonda, non udiva più il cantico che come un lento murmure di mare lontano. Un oblio del presente, un risorgere del passato, invadevano tutto l'essere suo. Risalì il corso dei suoi ricordi fino dove potè giungere.
Rivedeva, a Neuilly, la casa dove era nato e che abitava ancora, quella casa di pace e di lavoro, col suo giardino, dove sorgevano alcuni begli alberi, che solo una siepe viva, sostenuta da uno steccato, divideva dal giardino della casa attigua, affatto simile. Poteva avere tre o quattr'anni, nel giorno d'estate in cui rivedeva, seduti attorno ad una tavola, il padre, la madre ed il fratello maggiore, che facevano colazione. Suo padre, Michele Froment, non aveva viso distinto, gli appariva sbiadito ed incerto, colla sua faccia da chimico illustre ed il suo titolo di membro dell'Istituto, sempre claustrato nel laboratorio che aveva fatto erigere in fondo a quel quartiere deserto. Ma rivedeva chiaramente il fratello Guglielmo, allora quattordicenne, uscito quella mattina stessa dal liceo, per qualche vacanza, e sopratutto la madre, figurina soave, così poco romorosa, con gli occhi da cui spirava la dolcezza della sua bontà sempre attiva.
Più tardi aveva risaputo le ansie di quell'anima religiosa, di quella credente, che si era rassegnata, per stima e gratitudine, a sposare un incredulo, che aveva quindici anni più di lei, incredulo da cui la sua famiglia aveva ricevuto dei grandi servizi. Lui, tardo rampollo di quell'unione, nato quando il padre toccava già la cinquantina, aveva sempre veduta la madre rispettosa ed affascinata dal marito, che aveva preso ad amare con ardore, atrocemente torturata dal saperlo in stato di perdizione.
E, ad un tratto, un altro ricordo afferrava Pietro, il ricordo terribile del giorno in cui suo padre moriva, ucciso nel suo laboratorio da un accidente, l'esplosione di una storta. Aveva cinque anni allora e si ricordava i menomi particolari del caso, il grido della madre, quando essa aveva trovato il corpo sfracellato, in mezzo ai rottami, poi il suo spavento, i suoi singhiozzi, le sue preghiere, all'idea che Dio aveva fulminato l'empio, dannandolo in eterno. Non avendo avuto il coraggio di bruciare le carte ed i libri del marito, la vedova s'era limitata a chiudere lo studio, in cui nessuno più entrava.
Indi, perseguitata da quel momento in poi, dalla visione dell'inferno, non aveva avuto che un desiderio: impadronirsi del figlio minore, ancora tanto piccino, ed educarlo nella massima devozione, per ottenere, mercè sua, il riscatto, il perdono del padre.
Il figlio maggiore, Guglielmo, cresciuto in collegio, e conquiso dalle idee del secolo, non le apparteneva già più: mentre questi, il piccino, non lascierebbe la casa, avendo per precettore un sacerdote; ed il suo sogno segreto, la sua più ardente speranza, era di vederlo sacerdote egli stesso un giorno, dire la prima messa per alleviare le pene dell'anima che aspettava l'eternità.
Un'altra imagine si rizzò, vivida, fra i rami verdi, su cui il sole dardeggiava i suoi raggi. Pietro scorse improvvisamente Maria di Guersaint come l'aveva veduta una mattina, da un foro della siepe che divideva i due fondi vicini. Guersaint, appartenente al piccolo patriziato normanno, era un architetto con ticchi d'inventore, il quale si occupava allora della fondazione di quartieri operai, case, chiese e scuole: affare importante, piuttosto mal studiato in cui arrischiava, colla consueta sua avventatezza ed imprevidenza da artista abortito, i suoi trecentomila franchi di capitale. La fede religiosa, forte in entrambi, aveva ravvicinate la signora Guersaint e la signora Froment; ma nella prima, di mente chiara e rigida, c'era una donna energica, di cui la mano di ferro impediva la rovina della famiglia; essa educava le due figliuole, Bianca e Maria, colla massima divozione, la maggiore essendo già seria come lei, la seconda molto pia, rimanendo appassionata pel giuoco e di una vivacità intensa, che la faceva dare tutto il giorno in gaie risate scampanellanti...
Dalla loro più tenera infanzia in poi, Pietro e Maria giuocavano insieme; la siepe veniva continuamente varcata, e le due famiglie si univano. Ed in quella limpida vivezza di sole in cui la rivedeva, in atto di scostare le fronde, Maria aveva già dieci anni, lui ne aveva sedici e doveva entrare al seminario la mattina seguente. Essa non gli era mai parsa così bella. I suoi capelli di vivido oro erano così lunghi che, sciolti, la vestivano interamente. Rivedeva con precisione straordinaria il suo viso d'allora, le guance rotonde, gli occhi azzurri, la bocca rossa, e specialmente lo splendore della sua carnagione di neve. Era gaia e splendida come il sole; abbagliava, ed aveva delle lagrime sull'orlo delle palpebre perchè non ignorava la sua partenza.
Erano andati a sedere entrambi all'ombra della siepe, in fondo al giardino. Le loro dita si intrecciavano ed avevano il cuore molto gonfio. Però, non avevano mai scambiato giuramenti nei loro giuochi, tanto era assoluta la loro innocenza. Ma alla vigilia della separazione, la loro tenerezza saliva spontanea alle labbra, e parlavano senza saperlo, protestando che penserebbero continuamente l'uno all'altra e che si ritroverebbero un giorno, come ci si ritrova in cielo, per essere beati. Poi, senza spiegarsi come, si erano abbracciati, stringendosi forte forte e s'erano baciati in viso, versando lagrime ardenti. E c'era in quell'ora un ricordo divino, che Pietro aveva portato seco in ogni luogo e che sentiva ancor vivo in sè, dopo tanti anni e tante rinunzie dolorose.
Una scossa più violenta delle altre, lo destò dai suoi sogni. Guardò nel vagone, intravide delle forme indistinte di creature dolenti, la piccola Rosa che mandava il solito gemito sommesso sulle ginocchia della madre, la Grivotte, strozzata da una tosse rauca. Per un momento, spiccò fra tutte la faccia gaia di suor Giacinta, con la bianchezza del suo soggolo e della sua cuffia. Era l'aspro viaggio che continuava, col raggio di speranza divina, laggiù. Poi, a poco a poco, tutto si confuse in un'altra nebbia lontana, sorta dal passato; e non restò che il cantico dolce come nenia, simile ad una voce indistinta di sogno che uscisse dall'invisibile.
Pietro era al seminario ormai. Le classi, il cortile coi suoi alberi, gli riapparivano distintamente. Ma, all'improvviso, tutto il resto sparì e rivide se stesso come era allora, quasi uno specchio gli presentasse la sua figura; e si diede a considerarla, ad esaminarla tratto per tratto, come quella d'un estraneo. Grande e sottile, aveva il viso lungo, la fronte molto sviluppata, alta e dritta come una torre, mentre le mascelle si affilavano, terminando in un mento molto appuntito. Aveva l'aspetto di un uomo in cui il cervello ha un assoluto predominio: solo la bocca, un po' tumida, era dolcissima.
Quando la faccia seria si spianava, la bocca e gli occhi assumevano una tenerezza infinita, rivelando una sete inesauribile di amare, di fare la dedizione del proprio essere.
Del resto, la passione intellettuale dominava, quella spiritualità che lo aveva sempre spinto a struggersi nel bisogno di comprendere e di sapere. E quegli anni di seminario, egli non li ricordava che con meraviglia. Come aveva potuto accettare, per tanto tempo, quella dura disciplina di fede cieca, quell'obbedienza nel credere qualunque cosa, senza esame? Gli si era chiesto l'abbandono totale della sua ragione, ed egli si era sforzato a farlo ed era riuscito a soffocare in sè il bisogno torturante della verità. Allora era intenerito delle lagrime della madre, e non desiderava altro che di darle l'immensa felicità sognata da lei. Oggi però ricordava certi fremiti di ribellione, ritrovava, in fondo alla sua memoria, delle notti passate a piangere, senza saper perchè, delle notti popolate di immagini nebbiose, in cui scorazzava la vita libera e virile del mondo esterno, in cui la figura di Maria tornava continuamente, come l'aveva veduta una mattina, risplendente e bagnata di lagrime, mentre lo abbracciava con tutta l'anima. E adesso, quel ricordo solo restava vivo in lui, gli anni dei suoi studi religiosi, con le loro lezioni monotone, i loro esercizi e le loro cerimonie tutte uguali, si erano dileguati in una stessa nebbia, un pallido crepuscolo, pieno di silenzio mortale.
Poi, mentre avevano appunto varcato una stazione nel frastuono della corsa, vide nella propria mente una successione di cose confuse.
Anzitutto si trovò davanti un vasto recinto deserto. Gli parve di ritrovarsi colà a vent'anni. La sua fantasticheria si smarriva. Una volta, una indisposizione piuttosto lunga per cui l'avevano mandato in campagna, l'aveva ritardato nei suoi studi. Era rimasto a lungo senza riveder Maria; due volte, durante le vacanze passate a Neuilly, non aveva potuto incontrarla, perchè era quasi sempre in viaggio. Sapeva che era molto sofferente per una caduta da cavallo, fatta a tredici anni, mentre stava per svilupparsi, e la madre, disperata, in balìa ai consulti contraddittori dei medici, la conduceva ogni anno in qualche altro luogo di cura. Poi aveva saputo del fulmine che aveva colpito la famiglia, la morte improvvisa, in circostanze tragiche, di quella madre così severa, ma così utile ai suoi: una polmonite, che l'aveva portata via in cinque giorni, polmonite presa alla Bourboule, una sera in cui, passeggiando, s'era tolta la mantellina per buttarla sulle spalle di Maria, condotta colà a far la cura. Il padre aveva dovuto partire in fretta, riconducendo la figlia quasi impazzita ed il cadavere della moglie. Il peggio si era che, sparita la madre, gli affari della famiglia andavano malissimo, imbrogliandosi sempre più fra le mani dell'architetto, il quale gettava la sua sostanza, senza far conti, nell'abisso delle sue imprese.
Maria non si moveva più dal seggiolone, e per dirigere la casa non rimaneva che Bianca, completamente assorta anch'essa dal pensiero dei suoi esami, dei diplomi che si ostinava a conquistare, prevedendo come un giorno le toccherebbe di guadagnarsi il pane.
Poi, ad un tratto, Pietro ebbe la percezione di una visione distinta, che si sprigionava da quei fatti confusi, mezzo dimenticati.
Era durante un'altra vacanza che la sua salute compromessa l'aveva costretto a chiedere. Aveva compito appunto i ventiquattro anni; era molto in ritardo, non avendo ricevuto fino allora che i quattro ordini minori; ma appena tornato doveva ricevere l'ordine di sotto-diacono che lo legherebbe per sempre, con giuramento inviolabile. E la scena si ricostituiva, precisa, nel giardinetto di Neuilly, quello dei Guersaint, in cui era venuto così spesso a giuocare.
Avevano tirato la seggiola a sdraio di Maria sotto i grandi alberi dello sfondo, vicino alla siepe divisoria: ed erano soli, nella pace malinconica del pomeriggio autunnale, ed egli vedeva Maria, in gran lutto per la morte della madre; allungata, con le gambe inerti, mentre lui, vestito di nero come lei, già in sottana da prete, le sedeva accanto, sopra una seggiola di ferro. Maria soffriva da cinque anni. Ne aveva diciotto, e, pallida e magra, restava mirabilmente bella, coi suoi regali capelli d'oro che la malattia rispettava. Inoltre, egli riteneva che fosse inferma per sempre, condannata a non diventar mai donna, colpita nel suo sesso medesimo. I medici, che non andavano d'accordo fra di loro, l'abbandonavano.
Probabilmente erano queste le cose che essa gli diceva, in quel tetro pomeriggio, mentre le foglie ingiallite piovevano su di loro. Ma egli non ricordava le parole; vedeva solo il sorriso triste della fanciulla, il suo volto giovanile, ancora così leggiadro, già disperato pel rimpianto della vita.
Poi aveva compreso che essa evocava il giorno lontano della loro separazione, in quel luogo stesso, dietro la siepe su cui il sole saettava i suoi raggi; e tutte quelle cose erano come morte, le loro lagrime, il loro abbraccio, la loro promessa di ritrovarsi un giorno, nella felicità. Si ritrovavano; ma a che scopo ormai, poichè essa era come morta ed egli stava per morire alla vita del mondo? Dal momento che i medici la condannavano, che ella non doveva più essere nè donna, nè moglie, nè madre, poteva rinunciare anche lui ad essere uomo, annichilirsi in Dio, a cui sua madre lo aveva votato.
E sentiva ancora in sè la dolce amarezza di quell'abboccamento supremo, Maria, sorridendo dolorosamente delle loro fanciullaggini di una volta, parlandogli della felicità che egli gusterebbe certamente nel servizio di Dio, così commossa a quel pensiero che gli aveva fatto promettere di invitarla alla sua prima messa.
Alla stazione di S. Maure vi fu un chiasso che richiamò per un momento l'attenzione di Pietro sul vagone. Credette che si trattasse di qualche crisi, di qualche altro svenimento. Ma i volti dolorosi che incontrò, erano immutati nella loro espressione contratta, nella loro attesa ansiosa del soccorso divino, così tardo nel venire. Invano Sabathier tentava di trovare un buon posto per le sue gambe, e frate Isidoro mandava continuamente un gemito sommesso da bambino malato, mentre la signora Vètu, in preda ad un accesso terribile, con lo stomaco attanagliato, non respirava quasi neppure, stringendo le labbra, con la faccia scomposta, nera e bieca. Era la signora di Jonquière che aveva lasciato cadere la mezzina di zinco, nel forbire un vaso. E quel caso aveva fatto ridere gli ammalati, nonostante i loro tormenti, essendo essi delle anime semplici che il soffrire rendeva puerili.
Subito, suor Giacinta, che aveva ragione di chiamarli i suoi figliuoli ? figliuoli che guidava con una parola ? fece ricominciare il rosario, in attesa dell'Ave Maria che, secondo il programma già fissato, non andava detta che a Châtellerault.
E gli Ave si susseguirono, non si udì più che un mormorìo, un balbettamento confuso, che si perdeva nel rombo delle ruote e nel tintinnìo dei ferramenti.
Pietro aveva ventisei anni, ed era prete. Alcuni giorni prima di ricevere gli ordini, gli erano venuti dei tardi scrupoli, la segreta consapevolezza che si vincolava senza essersi interrogato chiaramente. Ma aveva sempre evitato di farlo, vivendo nello sbalordimento della sua decisione, persuaso di aver reciso in sè ogni senso umano con un colpo di scure volontario. La sua carne era morta davvero, con l'innocente romanzo della sua infanzia, quella fanciulla dai capelli d'oro, che ormai rivedeva sempre come l'ultima volta, stesa sopra un giaciglio di dolore, colla carne morta come la sua. E, dipoi, aveva fatto il sacrifizio della sua ragione, cosa che allora reputava più facile, sperando che bastasse la volontà per cessare di pensare.
D'altronde era troppo tardi, egli non poteva indietreggiare all'ultim'ora; e, se nel punto di pronunziare l'ultimo giuramento solenne, un terrore segreto, un rimpianto indeterminato e profondo lo avevano invaso, aveva scordato poi ogni cosa, divinamente premiato dei suoi sforzi, il giorno in cui aveva dato alla madre l'immensa gioia, da lei così lungamente attesa, di ascoltare la sua prima messa. La vedeva ancora, quella povera madre, nella piccola chiesa di Neuilly che aveva scelto ella stessa; la chiesa in cui erano state celebrate le esequie del padre: la vedeva, in quella fredda mattina di novembre, quasi sola nella piccola cappella buia, inginocchiata, con la faccia tra le mani, piangere lungamente, mentre egli innalzava l'ostia.
Quella era stata l'ultima sua felicità, poichè essa viveva triste e solitaria, non vedendo quasi più il figlio maggiore, che se ne era andato, e, seguendo altre idee, aveva rotto ogni rapporto colla famiglia, dacchè il fratello si destinava alla Chiesa. Si diceva che Guglielmo, chimico di gran talento come il padre, ma spostato, ed in balìa a fantasticherie rivoluzionarie, abitasse una casetta del sobborgo, dove si dava a studi pericolosi sulle sostanze esplosive; e si soggiungeva (il che aveva completato la rottura di ogni vincolo tra lui e la madre, così pia, così corretta), che vivesse maritalmente con una donna, uscita chi sa da dove. Da tre anni Pietro, il quale da fanciullo adorava Guglielmo come un fratello paterno di modi, buono ed allegro, non lo aveva più riveduto.
Adesso, il cuore gli si stringeva dolorosamente, rivedeva sua madre morta. Era stato, anche questa volta, un vero fulmine, una malattia di soli tre giorni, una scomparsa improvvisa come quella della Guersaint. Una sera, dopo una corsa frenetica alla ricerca di un medico, l'aveva trovata morta durante la sua assenza, immobile, bianca, bianca; e le sue labbra avevano serbato per sempre la sensazione gelida dell'ultimo bacio.
Non ricordava più il resto, nè la vigilia, nè i preparativi, nè il funerale. Tutto era svanito nelle tenebre del suo inebetimento, un dolore così atroce che era stato in procinto di morirne, scosso, al ritorno dal cimitero, da un brivido e preso da una febbre mucosa che per tre settimane lo aveva tenuto sospeso tra la vita e la morte. Suo fratello era venuto, lo aveva assistito, occupandosi poi delle questioni d'interesse, dividendo la loro piccola sostanza, lasciandogli la casa ed una rendita modesta, prendendo la propria parte in denaro; poi, appena lo aveva veduto fuori di pericolo, era scomparso di nuovo, tornando nel mistero.
Ma che lunga convalescenza, in fondo a quella casa deserta! Pietro non aveva fatto nulla per trattenere Guglielmo, perchè sentiva che c'era un abisso fra di loro. Sulle prime aveva sofferto della solitudine. Poi, gli si era fatta dolcissima, nel silenzio assoluto delle stanze, che i rari rumori della via non turbavano mai, sotto le ombre intime del giardinetto, dove poteva passare tutto il giorno senza vedere un'anima.
Il suo luogo di rifugio prediletto era l'antico laboratorio, lo studio di suo padre, che la madre aveva tenuto gelosamente chiuso, come per murarvi un passato di incredulità e di dannazione. Forse, nonostante la sua dolcezza e la sua docilità rispettosa di una volta, avrebbe finito, un giorno, coll'annientare le carte ed i libri, se la morte non fosse venuta a sorprenderla. Pietro aveva fatto riaprire le finestre, spolverare la scrivania e la libreria, e, steso nel grande seggiolone di cuoio, vi passava deliziosamente le ore, come rigenerato dalla malattia e ringiovanito, provando una straordinaria gioia intellettuale nel leggere i libri che gli cadevano sottomano.
Durante quei due mesi di lenta ricostituzione non rammentava di aver ricevuto altri che il dottor Chassaigné. Era questi un vecchio amico del padre, un medico di vero valore, che si atteneva modestamente alla sua parte da professionista, non avendo altra ambizione che quella di ottenere delle cure. Aveva assistito invano la signora Froment; ma si vantava di aver salvato il giovane prete da un brutto pericolo: e tornava di quando in quando a trovarlo, discorrendo, svagandolo, parlandogli di suo padre, il valente chimico, su cui sapeva una serie inesauribile di aneddoti graziosi, di particolari che riferiva col calore, non ancora spento, di una profonda amicizia. Così, a poco a poco, il figlio si era veduta sorgere davanti, nel suo fiacco languore da convalescente, una figura spirante adorabile semplicità, bonarietà e tenerezza.
Era il padre nella sua vera fisionomia, non l'uomo di rigida scienza che egli si figurava una volta, nell'ascoltare la madre. Certo, essa non gli aveva mai insegnato altro che il rispetto per la cara memoria, ma il padre appariva nelle sue parole l'incredulo, l'uomo di negazione che faceva piangere gli angeli, l'artefice di empietà che insorgeva contro l'opera di Dio. E quindi era rimasta la fosca visione, lo spettro di dannato che errava per la casa: mentre ora diventava la chiara luce rifulgente ovunque, il lavoratore acceso dal desiderio della verità, che non aveva mai desiderato altro che l'amore e la felicità di tutti.
Il dottor Chassaigné, invece, nato nei Pirenei, in fondo ad un villaggio in cui si credeva alle streghe, era piuttosto propenso alla religione, sebbene non avesse messo il piede in chiesa da quarant'anni che viveva a Parigi. Ma una cosa egli credeva fermamente: se c'era un cielo in qualche luogo, Michele Froment vi si trovava, e sopra un trono, alla destra di Dio.
E Pietro rivisse, in pochi minuti, la crisi terribile che lo aveva torturato per due mesi. Non che avesse trovato nella libreria delle opere di discussione anti-religiosa, nè che il padre, di cui metteva in ordine le carte, si fosse mai scostato dalle sue ricerche tecniche di sapiente. Ma, a poco a poco, senza volerlo, la luce scientifica si faceva strada in lui; egli scopriva un insieme di fenomeni evidenti che abbattevano i dogmi e non lasciavano in piedi nessuno dei fatti ai quali egli doveva credere. Pareva che la malattia lo avesse rinnovellato, che ricominciasse a vivere e ad imparare, con sensazioni affatto nuove, in quella dolcezza fisica della convalescenza, quella debolezza che dava al suo cervello una lucidità penetrante. In seminario, dietro consiglio dei maestri, aveva sempre tenuto in freno il suo spirito d'esame, il suo bisogno di scienza. Quello che gl'insegnavano lo faceva bensì stupire: ma riusciva a far quel sagrifizio della ragione che la pietà imponeva. Ed ecco che oggi, tutto quel laborioso edifizio del dogma era travolto da una ribellione di quella ragione prepotente che reclamava i suoi diritti e che egli non riusciva più a far tacere. La verità sorgeva e traboccava, in una corrente così irresistibile che egli aveva compreso che non riuscirebbe mai più ad ammettere l'errore nel suo cervello. Era la rovina fatale ed irreparabile della fede. Se gli era riuscito di uccidere la carne, rinunziando al romanzo della sua gioventù, se si sentiva padrone dei suoi sensi a segno da non essere più uomo, sapeva ora che il sacrifizio impossibile per lui sarebbe stato quello della sua intelligenza. E non s'ingannava: era suo padre che rinasceva in fondo all'essere suo, e finiva col vincere, in quel dualismo ereditario, in cui sua madre aveva serbato per tanti anni il predominio. La parte superiore del volto, la fronte diritta, a forma di torre, pareva si fosse fatta ancora più alta, mentre la parte inferiore, il mento sottile, la bocca affettuosa spiccavano sempre meno.
Però, egli soffriva, disperato per la tristezza di non poter più credere e pel desiderio di credere ancora, specialmente a certe ore del crepuscolo, quando la sua bontà, il suo bisogno d'amare si ridestavano; e bisognava che recassero la lampada e che egli vedesse chiaro in sè ed attorno di sè, per ricuperare l'energia e la calma della ragione, la forza del martirio, la volontà di sagrificare ogni cosa alla pace della coscienza. Allora era scoppiata la crisi. Egli era prete e non credeva più. Quel fatto gli si era rivelato improvvisamente, scavando come un abisso senza fondo davanti ai suoi passi. Era la fine della sua vita, lo sfacelo di tutto. Che farebbe ora? La più elementare onestà non gli comandava di gettare la sottana e di rientrare fra gli uomini? Ma aveva veduto dei preti rinnegati e gli avevano ispirato molto disprezzo. Un prete ammogliato che egli conosceva, gli metteva nausea. Probabilmente questo era un avanzo della sua lunga educazione religiosa; serbava l'idea dell'indelebilità del sacerdozio, l'idea che quando una volta uno s'è dato a Dio, non può ritogliersi.
Fors'anche, si sentiva troppo segnato, troppo diverso già dagli altri uomini, per non temere di essere impacciato fra loro e male accetto. Giacche lo avevano evirato, voleva restare a parte, nel suo orgoglio doloroso. E dopo lunghi giorni di angoscia, dopo lotte sempre rinascenti, in cui la sua sete di felicità l'energia della ricuperata salute si dibattevano in fiera tenzone, prese la risoluzione eroica di rimanere prete e prete onesto. Avrebbe la forza di quell'abnegazione. Siccome, pur non potendo domare il cervello, aveva domata la carne, era sicuro di serbare il suo voto di castità. In questo stava il nodo della quistione ? condurre una vita pura e retta: ed egli era certo di riuscirvi.
Che importava quindi il resto, se egli era solo a soffrire, se nessuno al mondo sospettava l'annientamento della sua fede, l'atroce menzogna in cui egli agonizzerebbe in eterno!
La sua onestà gli sarebbe stato valido sostegno; farebbe il suo mestiere di prete da onest'uomo, senza fallire a nessuno dei voti che aveva pronunziati, continuando, secondo i riti, la sua professione di ministro di Dio, celebrando Dio sull'altare, promulgandone la fede, distribuendolo in pane di vita ai fedeli. Chi mai oserebbe fargli un delitto dell'aver perduta la fede, se anche si fosse scoperta un giorno quella grande sventura? E si poteva forse chiedergli più di questo: dare tutta la vita al suo giuramento, rispettare il suo ministero, esercitarne tutte le carità, senza la speranza di un premio futuro? Fu così che egli finì coll'acquietarsi, rimanendo saldo e con la testa alta, in quella maestà disperata del prete che non crede più e continua a vegliare sulla fede degli altri. Ed era certo di non essere solo ? sentiva di avere dei fratelli, altri preti tormentati dal dubbio, i quali restavano vicino all'altare, come soldati senza patria, serbando pur sempre il coraggio di far risplendere la divina illusione sul capo delle turbe genuflesse.
Appena fu ben ristabilito, Pietro riprese il suo servizio nella chiesuola di Neuilly. Vi diceva messa tutte le mattine. Ma era deciso a rifiutare qualsiasi buon posto, qualsiasi promozione. Dei mesi e degli anni scorsero così, egli si ostinava a non essere che un prete comune, il più ignoto, il più umile, di quei preti tollerati in una parrocchia, preti che appaiono e spariscono, dopo aver compiuto il loro dovere.
Accettando una dignità qualsiasi, gli sarebbe parso di aggravare la sua menzogna, di commettere un furto verso altri più meritevoli. E doveva difendersi contro frequenti offerte di avanzamento, il suo merito non potendo rimanere ignoto. Stupivano, all'arcivescovado, di quella modestia pertinace: avrebbero voluto valersi della forza che indovinavano in lui. Tratto tratto soltanto, egli sentiva l'amaro rammarico di non essere utile, di non lavorare a qualche grande opera, alla pacificazione della terra, alla salvezza ed alla felicità di tutti, come si struggeva di fare in un anelito ardente. Per buona ventura era libero di giorno e si confortava in un eccesso di lavoro, divorando tutti i volumi della libreria di suo padre, rifondendo e discutendo tutti i suoi studi, con un vivo interesse per la storia dei popoli, ed un caldo desiderio di andare alla sorgente del male sociale e religioso, per cercare di scoprire se era davvero senza rimedio.
Era stato una mattina, rovistando in uno dei grandi cassetti, in fondo alla libreria, che Pietro aveva scoperto un incartamento sulle apparizioni di Lourdes. V'erano in quella raccolta dei documenti molto completi, delle copie, in cui si riferivano gli interrogatori di Bernadette, i processi verbali amministrativi, a rapporti della polizia, i consulti dei medici, tacendo delle lettere private e confidenziali che offrivano il maggior interesse. Sorpreso di quella scoperta, Pietro aveva interrogato il dottor Chassaigné, e questi s'era rammentato che l'amico suo, Michele Froment, aveva infatti studiato con passione il caso di Bernadette e che, egli stesso, nato in un paesello vicino a Lourdes, s'era dato attorno per procurare al chimico una parte di quell'incartamento. Allora, anche Pietro si appassionò durante un mese per quella storia, profondamente affascinato dalla figura pura e reale della veggente, ma nauseato da tutto quello che era accaduto poi, il barbaro feticismo, le dolorose superstizioni, la simonia trionfante. A dir vero, nella sua crisi d'incredulità, quella storia pareva fatta apposta per affrettare in lui la rovina della fede. Ma aveva anche incitato la sua curiosità, egli avrebbe voluto fare un'inchiesta, stabilire una verità scientifica indiscutibile, rendere al cristianesimo il servizio di liberarlo da quelle scorie, da quella fiaba così commovente e così infantile. Poi, aveva dovuto abbandonare il suo studio, indietreggiando di fronte alla necessità di un viaggio alla grotta e trovando la massima difficoltà nell'ottenere i ragguagli che gli occorrevano. E non gli era rimasta che la sua tenerezza per Bernadette, a cui non poteva pensare senza una dolcezza profonda ed una pietà infinita.
I giorni passavano, e Pietro viveva sempre più solo.
Il dottor Chassaigné era partito pei Pirenei, in un accesso di inquietudine mortale, abbandonando la sua clientela, per condurre a Cauterets la moglie ammalata, che lui e la figlia, una ragazza adorabile, vedevano con angoscia spegnersi a poco a poco. Da allora in poi, la casina di Neuilly era piombata in un silenzio, in un abbandono mortale. Pietro non aveva avuto più altra distrazione che quella di andare, tratto tratto, a trovare i Guersaint, i quali avevano abbandonata da un pezzo la casa vicina ed erano stati ritrovati da lui in fondo ad una lurida viuzza del quartiere, in un piccolo appartamento. Ed il ricordo della sua prima visita era ancora così forte in lui, che ebbe una fitta al cuore nel rammentare la sua emozione davanti alla misera Maria.
Si riscosse dalla fantasticheria, guardò, vide la fanciulla allungata sulla panchina, come l'aveva ritrovata allora, già nella sua grondaia, inchiodata in quella bara, a cui adattavano delle ruote, per farla girare per le camere. Lei, altre volte così esuberante di vita, sempre in moto, con tante allegre risate sul labbro, si spegneva ora là entro, nell'inazione e l'immobilità. Non le erano rimasti che i capelli, che la vestivano tutta d'un manto d'oro, poichè era così dimagrita che pareva diminuita, tornata alle dimensioni di una bambina. E quello che straziava in quel viso pallido era lo sguardo vitreo ed immobile che non vedeva, era quella concentrazione in un'idea fissa, quell'espressione di assenza, di annichilimento continuo nello spasimo.
Però Maria s'accorse che egli la guardava e volle sorridergli, ma le sfuggivano dei lamenti, e quel sorriso oh! come esprimeva l'affanno della povera creatura colpita a morte, convinta che spirerà prima del miracolo!
Egli ne fu violentemente turbato: non udì più che lei, non vide più che lei, in mezzo agli altri dolori di cui quel vagone riboccava, come se ella li avesse compendiati tutti, nella lunga agonia della sua bellezza, della sua allegria e della sua gioventù.
E, a poco a poco, senza staccare gli occhi da Maria, Pietro tornò ai giorni trascorsi, assaporò di nuovo le ore di dolcezza, triste ed amara, vissute accanto a lei, quando andava a tenerle compagnia nella povera casuccia. La rovina di Guersaint s'era compiuta, mercè il sogno di rinnovare l'arte delle immagini pie, di cui la mediocrità lo irritava. I suoi ultimi quattrini erano spariti nel fallimento di una casa di stamperia a colori; e lui, astratto, imprevidente, rimettendosi a Dio, nella continua illusione della sua anima puerile, non s'accorgeva nemmeno della penuria sempre crescente, e stava cercando il segreto del pallone dirigibile, senza vedere che la figlia maggiore, Bianca, doveva fare dei prodigi di attività per riuscire a guadagnare il pane della sua famigliuola, dei suoi due bambini, come chiamava il padre e la sorella. Era Bianca la quale, dando lezioni di francese e di piano, girando Parigi da mattina a sera, nella polvere e nel fango, trovava i denari necessari alle cure continue richieste da Maria. E spesso questa si disperava rompendo in lagrime, accusandosi di essere la causa prima della loro rovina, da tanti anni che pagavano medici e la facevano girare per tutti i luoghi di bagni imaginabili, la Bourboule, Aix, Lamalou, Amélie-les-Bains. Adesso, dopo dieci anni di diagnosi e di cure diverse, i medici l'avevano abbandonata: gli uni credevano alla rottura dei legamenti larghi, gli altri alla presenza di un tumore, altri ancora ad una paralisi dipendente dal midollo: e siccome essa rifiutava qualsiasi visita, in una ribellione di vergine, che non ardivano nemmeno interrogare chiaramente, così ognuno di loro si atteneva alla propria spiegazione, dichiarando che essa non poteva guarire.
D'altronde la fanciulla, diventata molto pia dacchè soffriva, non contava ormai che sull'aiuto di Dio e non trovava altro sollievo che nella sua fede ardentissima. Il suo gran dolore era di non poter andare in chiesa e leggeva la messa tutte le mattine. Le sue gambe inerti parevano morte, cadeva in una debolezza estrema, a tal segno che certi giorni la sorella doveva imboccarla.
In quel momento Pietro rammentò un altro fatto.
Era di sera, ancora prima che avessero acceso il lume. Egli sedeva accanto a Maria, nell'ombra sempre più fitta, e, ad un tratto, essa gli disse che voleva andare a Lourdes, che era certa di tornarne guarita. Egli aveva avuto un senso di disgusto, perdendo la prudenza, gridando che era una pazzia di credere a simili fanciullaggini. Non parlava mai di religione con lei, avendo rifiutato, non solo di confessarla, ma persino di dirigerla nei suoi piccoli scrupoli di divota. C'era in lui, a questo proposito, un intimo senso di pudore e di pietà, che gli rendeva penoso il dover mentire di fronte a lei, e d'altra parte si sarebbe reputato un delinquente se avesse offuscato con un soffio quella fede intensa che la rendeva forte contro il dolore. Pentito quindi di quel grido che non aveva potuto trattenere, era rimasto profondamente turbato quando aveva sentito la fredda manina dell'ammalata prendere la sua, mentre essa, incorata dall'ombre, s'era arrischiata dolcemente a fargli capire, con voce interrotta, che conosceva il suo segreto, che sapeva la sua miseria, quella sventura dell'aver perduto la fede, così terribile per un sacerdote. Nei loro colloqui, egli le aveva detto ogni cosa, senza volerlo, e Maria era scesa negli intimi penetrali della sua coscienza, con una delicata intuizione di amica ammalata. Se ne preoccupava terribilmente per lui, a segno che lo compiangeva più di sè stessa, per quella micidiale malattia dell'anima. Poi, mentre lui, colpito, non trovava nulla da rispondere, confessando la verità col suo silenzio, essa aveva parlato nuovamente di Lourdes, soggiungendo, molto piano, che voleva affidarlo, anche lui, alla Vergine, supplicandola di rendergli la fede. E, da quel giorno in poi, non aveva più smesso, ripetendo che, andando a Lourdes, sarebbe guarita. Ma c'era la quistione pecuniaria che faceva ostacolo, una quistione di cui non osava neppure parlare alla sorella. Scorsero due mesi: essa si faceva più debole di giorno in giorno, si esauriva in sogni, con gli occhi volti laggiù, verso lo sfolgorìo della grotta miracolosa.
Pietro aveva passato dei cattivi giorni, allora. Sulle prime aveva rifiutato recisamente a Maria di accompagnarla. Poi era stato scosso dal pensiero che, decidendosi al viaggio, avrebbe potuto trarne vantaggio per la sua inchiesta sopra Bernadette, di cui l'imagine, così gentile, gli restava impressa nel cuore. E, finalmente, aveva sentito una dolcezza, una speranza segreta penetrargli nell'anima, quella che Maria diceva bene forse, che la Vergine potrebbe aver pietà di lui, rendergli la fede cieca, la fede del bambino che ama e non discute. Oh! credere con tutta l'anima, inabissarsi nella credenza!
Probabilmente non c'era altra felicità possibile.
Egli aspirava alla fede, con tutta la baldanza della sua gioventù, con tutto l'amore che aveva avuto per la madre, con tutto l'ardente desiderio che provava di sfuggire al tormento di comprendere e di sapere, colla smania di addormentarsi per sempre in fondo alla divina ignoranza.
Era infinitamente dolce e codarda, quella speranza di non essere più, di diventar una cosa fra le mani di Dio. E, così, era giunto a poco a poco al desiderio di tentare quella prova suprema.
Otto giorni dopo, il viaggio a Lourdes era stabilito. Ma Pietro aveva voluto un altro consulto per sapere se Maria fosse veramente trasportabile, e qui gli si affacciava una nuova scena di cui egli rivedeva con persistenza certi particolari, mentre altri gli si annebbiavano già nella memoria. Due dei medici che avevano curata anticamente l'inferma, l'uno credendo ad una rottura dei legamenti larghi e l'altro ad una paralisi del midollo, avevano finito col mettersi d'accordo su quella paralisi, con qualche fenomeno forse dei legamenti: v'erano tutti i sintomi, il caso sembrava così evidente che non avevano esitato a firmare, ognuno dal canto proprio, dei certificati quasi uguali e decisivi.
Ritenevano d'altronde il viaggio possibile, sebbene molto doloroso. Questo aveva deciso Pietro, il quale aveva trovato quei medici molto cauti e molto teneri della verità; e non gli restava che un ricordo confuso del terzo medico, un certo Beauclair, suo secondo cugino, un giovane di molta intelligenza, ancora poco conosciuto e che la voce pubblica diceva molto bizzarro. Questi, dopo aver lungamente esaminata Maria, s'era preoccupato dei suoi ascendenti, mostrandosi molto incuriosito di quanto gli si riferiva sul conto di Guersaint, quell'architetto con manie d'inventore, dalla mente debole ed esaltata; poi aveva voluto misurare il campo visuale dell'inferma; s'era assicurato, palpandola con discrezione, che il dolore aveva finito col localizzarsi nell'ovaia sinistra e che, quando si premeva colà, sembrava risalisse alla gola, dando la sensazione di un corpo pesante che soffocava l'inferma. Non mostrò di tener conto della paralisi alle gambe.
Dopo di che, ad una domanda diretta, sclamò che bisognava condurla a Lourdes, che vi sarebbe certamente guarita, se riteneva che ciò dovesse avvenire.
Diceva, sorridendo, che la fede bastava: che due delle sue clienti, molto pie, mandatevi da lui l'anno scorso, erano tornate, splendenti di salute. Annunziava perfino come si produrrebbe il miracolo, in una specie di colpo di fulmine, un risveglio, una esaltazione di tutto l'essere, mentre il male, quel brutto peso diabolico che soffocava la fanciulla, risalirebbe un'ultima volta e fuggirebbe, quasi uscisse dalla bocca. Ma rifiutò assolutamente il certificato. Non era andato d'accordo coi due colleghi, che lo trattavano freddamente da giovane ingegno avventuroso: e Pietro rammentava confusamente dei brani di discussione, ricominciata in sua presenza, delle frasi del consulto dato da Beauclair: una lussazione dell'organo, con leggere lacerazioni dei legamenti, in seguito alla caduta da cavallo, poi una lenta riparazione, le cose rimesse al loro posto, riparazione a cui avevano tenuto dietro degli accidenti nervosi consecutivi, cosicchè oramai l'ammalata non soffriva che dell'idea fissa dell'antica paura, con le facoltà concentrate sul punto leso, immobilizzata nello spasimo sempre maggiore, ed inetta a ricevere nozioni nuove, se non vi veniva spinta dal colpo di frusta di una emozione fortissima.
Del resto, ammetteva anche dei fenomeni di nutrizione, ancora imperfettamente studiati, di cui egli stesso non osava dire i progressi e l'importanza. Quell'idea che Maria s'imaginava il suo male, che gli spasimi atroci che la tormentavano provenivano da una lesione già guarita da lungo tempo, sembrava così paradossale a Pietro medesimo, quando guardava la fanciulla agonizzante e con le gambe già morte, nel suo giaciglio di dolore, che non vi si era fermato, felice soltanto che i tre medici fossero d'accordo nell'autorizzare il viaggio di Lourdes. Gli bastava che ella potesse guarire, dovesse pure accompagnarla in capo al mondo.
Ah! quegli ultimi giorni di Parigi, in che baraonda li aveva vissuti! Il pellegrinaggio nazionale stava per partire, aveva pensato ad ottenere per l'ammalata l'ammissione all'Opera pia. Poi aveva dovuto correre per entrare anche lui nell'ospedale di Nôtre-Dame du Salut.
Guersaint era beato, poichè amava la natura, ardeva dal desiderio di vedere i Pirenei, e non si pigliava nessuna briga, accettando, senz'altro, che il giovine prete facesse le spese del suo viaggio, e pagasse per lui, laggiù, all'albergo, come per un bambino; e sua figlia Bianca avendogli, mentre partiva, fatto scivolare tra le mani un pezzo da venti lire, egli si credeva ricco. Quella povera Bianca, veramente eroica, aveva un tesoro nascosto, cinquanta franchi, che erano stati costretti ad accettare, perchè essa andava in collera, dicendo che voleva cooperare anche lei alla guarigione della sorella, lei che non poteva seguirla nel viaggio, trattenuta a Parigi dalle sue lezioni, costretta a girare le vie nel duro suo còmpito, mentre i suoi si sarebbero prostrati laggiù, fra gli incantesimi della Grotta. Ed erano partiti, e viaggiavano, viaggiavano sempre.
Alla stazione di Châtellerault, un improvviso scoppio di voci riscosse Pietro dal torpore delle sue fantasticherie. Che c'era? Arrivavano a Poitiers? No: suonava il mezzogiorno, ed era suor Giacinta che faceva recitare l'Avemaria, tre Ave tre volte ripetuti. Le voci si rompevano, un nuovo cantico salì e si prolungò in lungo lamento.
Ancora venticinque minuti prima di giungere a Poitiers dove pareva che la fermata di mezz'ora dovesse sollevare tutte le sofferenze! Si stava così male, si era così duramente scossi in quel vagone appestato ed infocato!
Era troppa miseria, in verità! Grosse lagrime scorrevano sulle guance della signora Vincent; Sabatier così rassegnato di solito, s'era lasciato sfuggire una sorda bestemmia, mentre il frate Isidoro, la Grivotte e la Vêtu pareva che avessero perduto ogni vita, simili a ruderi portati via dall'onde. Maria, con gli occhi chiusi, non rispondeva più, non voleva più alzar le palpebre, perseguitate dall'orribile visione della faccia d'Elisa Rouquet, quella faccia trafitta e boccheggiante che era per lei la imagine della morte.
E mentre il treno aumentava di celerità, travolgendo quella disperazione umana, sotto il cielo afoso, attraverso alle pianure infuocate, vi fu un nuovo panico.
L'uomo non respirava più, una voce gridò che moriva.

 3.
Appena il treno si fu fermato a Poitiers, suor Giacinta si affrettò a scendere, tra la ressa degli uomini di squadra che aprivano gli sportelli e dei pellegrini che si precipitavano fuori.
- Aspettate, aspettate, ripeteva. Lasciatemi passare per la prima, voglio vedere se tutto è finito.
Poi quando fu nell'altro scompartimento, sollevò la testa dell'uomo e credette davvero che fosse spirato, vedendolo così livido e con gli occhi vitrei. Ma sentì un lieve soffio.
- No, no ? rispose. Presto, bisogna affrettarsi.
E, vedendo l'altra suora, quella che era in quella parte del vagone:
- Vi prego, suor Chiara degli Angeli, correte a prendere il padre Massias che dev'essere nel terzo o nel quarto vagone. Ditegli che abbiamo un ammalato in gran pericolo e che porti subito l'olio santo.
La suora sparì nella baraonda, senza dar risposta.
Era piccina, minuta e dolce, di aspetto raccolto, con occhi misteriosi, ma molto lesta ed attiva.
Pietro, che in piedi osservava la scena nell'altro scompartimento, si permise una riflessione.
- Se si andasse anche pel medico?
- Certo, ci pensavo ? rispose suor Giacinta. Oh, signor abate, siate così buono da andarvi voi stesso!
Pietro si proponeva per l'appunto di recarsi al furgone della cantina a prendere un brodo per Maria. Un po' sollevata, dacchè non sentiva più le scosse, l'inferma aveva riaperto gli occhi, e s'era messa a sedere coll'aiuto del padre. Avrebbe vivamente desiderato che la portassero fuori un momento sullo scalo, perchè aveva una sete intensa d'aria pura. Ma sentiva che sarebbe stato chiedere troppo e che avrebbero penato troppo poi a rimetterla in vagone. Guersaint, che aveva fatto colazione nel treno, come la massima parte dei pellegrini e degli ammalati, restò sul marciapiede, vicino allo sportello aperto, fumando una sigaretta, mentre Pietro correva al furgone della cantina dove si trovava anche il medico di servizio con una piccola farmacia.
Nel vagone rimasero anche altri ammalati che non potevano scendere. La Grivotte soffocava e vaneggiava; e trattenne persino la signora di Jonquière che aveva dato appuntamento al caffè alla figlia Raimonda, alla signora Volmar ed alla signora Désagneaux, per farvi colazione tutte e quattro.
Come lasciar sola, su quella dura panchina, la sciagurata che sembrava agonizzante? Sabatier, inchiodato al suo posto, aspettava sua moglie che era andata a prendergli un grappolo d'uva, mentre Marta non si era mossa, restando al fianco di suo fratello, il missionario, che non cessava di gemere pian piano.
Gli altri, quelli che potevano camminare, si erano pigiati per scendere, avendo fretta di fuggire per un momento da quel vagone di miseria, dove si sentivano ingranchiti da sette lunghe ore di viaggio. La signora Maze si era scostata subito, recandosi ad uno dei capi deserti della stazione, dove dava pascolo alla sua malinconia. Inebetita dagli spasimi, la signora Vêtu aveva avuto la forza di fare qualche passo, poi s'era messa a sedere sopra una panchina, al gran sole, di cui non sentiva l'arsura; mentre Elisa Rouquet, che aveva avuto il pudore di avvolgersi di nuovo la faccia nello scialle nero, cercava dappertutto una fontana, ardendo dalla smania di trovare dell'acqua fresca. E la signora Vincent, passeggiava a passi lenti, con la sua piccola Rosa fra le braccia, procurando di sorriderle e di rallegrarla mostrandole delle imagini a tinte smaglianti, che la fanciullina, seria, seria, guardava senza vedere.
Pietro frattanto stentava immensamente a farsi strada tra la folla che ingombrava la stazione. Era incredibile la fiumana vivente, gli storpi e la gente sana che il treno aveva rigurgitato colà, più di un migliaio di persone che correvano, si dimenavano, si pigiavano. Ogni vagone aveva vomitato la sua miseria, come una sala da ospedale evacuata; e si poteva giudicare così dalla somma spaventosa di guai, trasportata da quel terribile treno bianco che finiva per lasciare, sul suo passaggio, una leggenda di terrore. Alcuni infermi venivano portati a braccia, altri si strascinavano a stento, molti rimanevano in mucchio sul marciapiede. C'erano delle resse improvvise, delle chiamate impetuose. una premura frenetica di slanciarsi al caffè ed alla trattoria. Ognuno si affrettava, badando ai fatti suoi. Era così breve quella mezz'ora di fermata, l'unica sino a Lourdes!
E la sola nota gaia, in mezzo alle sottane nere ed alla povera gente in cenci logori senza colore definito, era la bianchezza smagliante delle piccole suore dell'Assunzione, tutte bianche ed attive col loro cuffione, il loro soggolo ed il loro grembiule di neve.
Quando Pietro giunse finalmente al furgone della cantina, verso la metà del treno, lo trovò già assediato. Avevano colà un fornello a petrolio ed un piccolo impianto sommario di cucina. Il brodo, fatto con sughi concentrati, bolliva nella pentola di ferro battuto; ed il latte condensato, chiuso in scatole, non veniva sciolto ed adoperato che, man mano, quando se ne presentava il bisogno. Alcune altre provviste, biscotti, cioccolata, frutta, erano disposte sopra delle tavole.
Ma, davanti alle mani avide che si sporgevano, la suora San Francesco, incaricata del servizio, una donna sui quarantacinque, pingue e tarchiata, con un buon faccione fresco, perdeva un po' la testa. Dovette cominciare la sua distribuzione, mentre badava a Pietro che chiamava il medico, stabilito in un altro scompartimento del vagone con la sua farmacia da viaggio. Poi, udendo il giovane che dava degli schiarimenti, raccontando del pover'uomo che moriva, si fece surrogare, e volle recarsi a vederlo anche lei.
- Ma, suor San Francesco, gli è che venivo a domandarvi un brodo per un'ammalata...
- Sta bene, signor abate, lo porterò io. Andate avanti.
Il medico e l'abate si affrettarono, scambiando rapide domande e risposte, seguiti dalla suora San Francesco che recava la tazza di brodo, passando con molta prudenza in mezzo agli spintoni della folla. Il medico era un giovane di ventotto anni circa, nero di capelli, istruito e bellissimo, con una testa da giovane imperatore romano, come ne producono ancora i campi riarsi della Provenza.
Appena suor Giacinta lo scorse, diede un'esclamazione:
- Come, voi, signor Ferrand?
Entrambi rimanevano stupefatti dell'incontro. Le suore dell'Assunzione hanno la coraggiosa missione di assistere gli ammalati, e fra questi solo gli ammalati poveri, quelli che, non potendo pagare, agonizzano nelle soffitte; esse passano quindi la vita coi pezzenti, sedute accanto ai sacconi, negli angusti stambugi, disimpegnando gli uffizi più umili, cucinando, rigovernando, vivendo colà come serve e come parenti, fino alla guarigione od alla morte.
Così, un giorno, suor Giacinta, tanto giovane, col suo viso di latte, in cui gli occhi azzurri ridevano sempre, si era stabilita da quel giovane, allora studente di medicina, in preda ad una tifoidea, e povero in modo che abitava in via del Forno una specie di cantina senza fuoco nè aria. Essa non l'aveva più abbandonato, salvandolo, colla sua smania di non vivere che per gli altri, lei, creaturina trovata un giorno sotto il portico di una chiesa, senz'altra famiglia che quella degli infelici a cui si votava, in tutta la foga del suo ardente bisogno d'amore. E che mese divino aveva passato colà, che fratellanza squisita era stata la loro, in quella comunione di sofferenze!
Quando egli le diceva: suora mia, era veramente ad una sorella che parlava. Ma essa era anche una madre, facendolo alzare e coricandolo, come se fosse stato il suo bambino, senza che fra loro sorgesse altro senso che una pietà infinita, che la commozione divina della carità. Essa si mostrava sempre allegra, senza sesso, senz'altro istinto che quello di consolare e di sollevare; ed egli l'adorava, la venerava, ed aveva serbato di lei il più casto ed appassionante dei ricordi.
- Oh! Suor Giacinta! Suor Giacinta! ? mormorò, beato.
Il caso solo li rimetteva di fronte, perchè Ferrand non era un credente e si trovava fra i pellegrini solo per surrogare, all'ultimo minuto, un amico, che si era veduto, all'improvviso, nell'impossibilità di partire. Da quasi un anno era assistente alla Pietà. Quel viaggio a Lourdes, in circostanze così speciali, lo interessava.
Frattanto, nella gioia del rivedersi, dimenticavano l'uomo. E la suora si scosse.
- Guardate un po', signor Ferrand, vi ho chiamato per quel poveretto... Per un momento abbiamo creduto che fosse morto... Da Amboise in poi, ci dà molti timori, ed ho mandato per l'olio santo... Lo trovate davvero in così cattivo stato? Non potreste rianimarlo un pochino?
Il giovine medico esaminava già il malato. Allora, gli altri, rimasti in vagone, incuriositi, guardarono. Maria, a cui la suora San Francesco aveva dato il brodo, lo reggeva con mano così tremante, che Pietro dovette prenderle la tazza e tentare di farla bere; ma non poteva inghiottire e non finì il brodo, tenendo gli occhi fissi sull'uomo, in attesa, come se si fosse trattato della sua propria vita.
- E così, domandò di nuovo suor Giacinta, come lo trovate? Che male ha?
- Oh! che male... ? mormorò Ferrand. ? Li ha tutti.
Poi, tolta di tasca una boccettina, si provò ad introdurne alcune goccie fra i denti stretti dell'ammalato. Questi diede un sospiro, sollevò le palpebre e le lasciò ricadere: e fu tutto, non diede altro segno di vita.
Suor Giacinta, lei così placida, che per solito non disperava mai, ebbe un attimo di impazienza.
- Ma è terribile! E suor Chiara degli Angeli che non ricompare! Le ho pure indicato così bene il vagone del padre Massias... Dio mio! Che faremo ora?
Vedendo di non poter essere utile, suora San Francesco si dispose a tornare al furgone. Prima di muoversi chiese però se quell'uomo non moriva forse d'inedia, perchè il fatto accadeva alle volte, ed essa non era venuta che per offrire le sue provvigioni. Finalmente, nell'andarsene, promise che, ove avesse incontrato per caso suor Chiara degli Angeli, le avrebbe detto di affrettarsi; e non era a venti metri che si voltò, indicando con un gran gesto la suora che tornava sola, col suo passino silenzioso.
Suor Giacinta, sporgendosi dallo sportello, moltiplicava le chiamate.
- Avanti, dunque! avanti!... E così? Il padre Massias?
- Non c'è!
- Come! Non c'è?
- No. Per quanto io mi sia affrettata, non si può far presto fra tanta gente. Quando sono arrivata, il padre Massias era già sceso e probabilmente uscito dalla stazione.
E riferì che, a quanto dicevano, il padre aveva un appuntamento col curato di Santa Radegonda.
Gli altri anni, il pellegrinaggio faceva una sosta di ventiquattr'ore a Poitiers; gli ammalati venivano condotti all'ospedale della città e si andava in processione a Santa Radegonda. Ma quell'anno era sorto un ostacolo e s'era deciso di proseguire direttamente per Lourdes. Il padre era certamente in qualche angolo col curato, discorrendo di qualche loro affare.
- Mi hanno promesso però di fare la commissione e di mandarlo qui con l'olio santo, appena lo ritroveranno.
Era una vera rovina per suor Giacinta. Giacchè la scienza non poteva nulla, l'olio santo avrebbe forse sollevato quell'infermo. Aveva veduto spesso questo caso.
- Oh, cara la mia suora, come sono afflitta!... Sapete, se foste veramente buona, tornereste laggiù a spiare il padre, per condurmelo appena comparirà!
- Sì, suora mia ? rispose dolcemente suor Chiara degli Angeli, che se ne andò di nuovo, col suo fare grave e misterioso, scivolando tra la folla, con agilità da ombra.
Ferrand guardava sempre l'uomo, disperato di non poter fare a suor Giacinta il piacere di rianimarlo.
E siccome aveva significato con un gesto che non poteva nulla, essa lo scongiurò di nuovo.
- Restate con me, signor Ferrand; aspettate che il padre sia venuto... Sarò un po' più tranquilla.
Egli rimase, e l'aiutò a tirare in su l'uomo che scivolava dal sedile. Poi, essa prese una pezzuola e gli asciugò la faccia che si copriva continuamente di denso sudore. E l'attesa si prolungò, fra l'ansia degli ammalati rimasti nel vagone e la curiosità della gente di fuori che cominciava a raccogliersi in folla.
Una fanciulla scostò rapidamente la gente e, salita sul predellino, interpellò la signora di Jonquière:
- Che cosa succede, mamma? Quelle signore ti aspettano al caffè.
Era Raimonda di Jonquière, già un po' matura pei suoi venticinque anni suonati, straordinariamente simile alla madre, molto nera di capelli, col naso grosso, la bocca grande, la faccia rotonda e piacente.
- Ma, cara la mia ragazza, lo vedi, non posso lasciare questa povera donna.
E additava la Grivotte, presa ora da un accesso di tosse che la scuoteva terribilmente.
- Oh! mamma, che contrattempo! La signora Desagneaux e la signora Volmar si rallegravano tanto di quella colazioncina fra noi quattro!
- Che vuoi, poverina!... non posso. Cominciate senza di me. Di' a quelle signore che, appena mi riuscirà, scapperò a raggiungerle.
Poi le venne un'idea:
- Aspetta, c'è qui un medico; procurerò di affidargli la mia ammalata... Vattene, ti seguo. E muoio di fame, sai?
Raimonda tornò rapidamente alla trattoria, mentre la signora di Jonquière scongiurava Ferrand di venire presso di lei per vedere se potesse sollevare la Grivotte. Questi, pregato da Marta, aveva già esaminato frate Isidoro, che non cessava di gemere: ed aveva di nuovo indicato con un cenno doloroso che non poteva farci nulla. Rispose pronto all'appello della Jonquière, sollevò la tisica, che fece sedere, sperando così di fermar la tosse, che difatti cessò a poco a poco, ed aiutò la dama ospitaliera a farle inghiottire qualche sorso di un calmante.
La presenza del medico in vagone continuava ad agitare gli ammalati.
Sabathier, il quale mangiava lentamente il grappolo di uva che la moglie era andata a prendergli, non lo interrogava, sapendo già la sua risposta e stanco di aver consultato, come diceva, tutti i principi della scienza; ma con tutto ciò sentiva una specie di benessere nel vederlo a rianimare quella povera ragazza, di cui la vicinanza lo disturbava. E Maria stessa lo osservava con interesse crescente, sebbene non osasse chiamarlo per sè, certa anche lei che non poteva farle nulla.
Sullo scalo, la ressa aumentava. Non restava che un quarto d'ora. La signora Vétu, insensibile in apparenza, con gli occhi aperti senza vedere, sopiva il suo male sotto l'arsura del solleone; mentre, davanti a lei, la signora Vincent portava attorno, collo stesso passo ritmico, la sua piccola Rosa, leggiera come un uccellino ammalato, cosicchè non se la sentiva neppure sulle braccia. Molti correvano alla fontana a riempire mezzine, secchi e bottiglie. La signora Maze, molto accurata, ebbe l'idea di lavarsi le mani colà, ma mentre vi giungeva trovò Elisa Rouquet che stava bevendo, ed indietreggiò davanti al mostro, quella testa di cane dal muso rosicchiato, che porgeva allo zampillo la fessura obliqua della sua piaga, aspirando l'acqua con la lingua: ed in tutti si notava lo stesso raccapriccio, la stessa esitanza a riempire le bottiglie, le mezzine e le secchie alla fontana dove essa aveva bevuto. Un gran numero di pellegrini si era messo a mangiare lungo lo scalo. Si udiva il suono ritmico delle gruccie d'una donna che andava e veniva senza posa in mezzo ai gruppi. In terra, uno storpio ridotto al solo busto si trascinava penosamente cercando non si sapeva che. Altri ripiegati sopra sè stessi non si movevano più. Tutta quella roba ammucchiata là provvisoriamente, quell'ospedale viaggiante, vuotato per mezz'ora, assumeva, in mezzo all'irrequietudine ed allo scompiglio della gente sana, e sotto la vivida luce del mezzogiorno, un'apparenza di miseria e di tristezza infinita.
Pietro non lasciava più Maria, Guersaint essendo sparito, attratto dalla prospettiva verdeggiante che si scorgeva in fondo alla stazione. Ed il giovine prete, inquieto di vedere che essa non aveva potuto finire il brodo, si sforzava, sorridendo, di svegliare la gola dell'ammalata, offrendole di andare a comperare una pesca: ma essa rifiutava: soffriva troppo, nulla le faceva piacere. Lo guardava coi grandi occhi dolenti, divisa fra l'impazienza di quella fermata, che ritardava la guarigione possibile, ed il terrore di essere nuovamente scossa, lungo quell'aspra via interminabile.
Un vecchio signore si avvicinò e toccò il braccio di Pietro.
Aveva la barba intera, la faccia larga e paterna, i capelli brizzolati.
- Scusate, signor abate, non è in questo vagone che c'è un infelice in agonia?
Ed il prete avendo risposto affermativamente, colui si fece bonario e familiare.
- Mi chiamo Vigneron, sono sotto-capo al Ministero delle finanze ed ho chiesto un congedo per accompagnare a Lourdes, con mia moglie, il nostro figlio Gustavo... Quel caro ragazzo mette tutta la sua speranza nella Beata Vergine, che preghiamo per lui mattina e sera... Siamo là, nel vagone prima del vostro, in uno scompartimento di seconda classe.
Poi, si voltò, chiamando i suoi con un gesto della mano.
- Venite avanti, venite avanti! Non sbaglio: è qui. L'infelice ammalato è veramente agli estremi.
La signora Vigneron era piccina, con faccia lunga e scialba, d'una eccessiva povertà di sangue nella sua correzione, da borghese, la quale povertà ricompariva, terribile, nel figlio Gustavo. Questi, che toccava già i quindici anni, ne mostrava appena dieci, sciancato, d'una magrezza da scheletro, con la gamba destra anemizzata, ridotta a nulla, il che lo costringeva a camminare colle gruccie.
Aveva un visino minuto, un po' torto, in cui non spiccavano che gli occhi, due occhi luminosi, scintillanti d'ingegno ed affinati dal dolore, i quali certo dovevano guardare sino in fondo alle anime.
Una vecchia signora, dal viso pingue, li seguiva, trascinando a stento le gambe, e Vigneron, rammentandosi che l'aveva dimenticata, tornò verso Pietro, per finire la presentazione.
- La signora Chaise, sorella maggiore di mia moglie, che ha voluto anch'essa accompagnare Gustavo, a cui vuol molto bene.
E chinandosi, soggiunse a bassa voce, in aria di confidenza:
- La signora Chaise, vedova del mercante di seta di questo nome, è una donna immensamente ricca. Ha una malattia di cuore che le dà grandi inquietudini.
Allora tutta la famiglia, raccolta in gruppo, stette a considerare con curiosità vivissima quello che accadeva nel vagone.
La gente continuava ad affollarsi ed il padre, volendo far vedere la cosa al figlio, lo alzò per un momento fra le braccia, mentre la zia reggeva le gruccie e la madre si rizzava anch'essa in punta di piedi.
Nel vagone lo spettacolo non cambiava mai: l'uomo sedeva nell'angolo, irrigidito o con la testa poggiata alla dura parete di legno. Era livido, con le palpebre chiuse, la bocca stirata dall'agonia, madido di quel sudore diaccio che suor Giacinta tergeva tratto tratto con una tela: e questa non parlava più, non si spazientiva più, tornata alla consueta serenità, facendo assegnamento sul cielo, e limitandosi a gettare qualche occhiata sullo scalo per vedere se il padre Massias giungeva.
- Guarda bene, Gustavo ? disse Vigneron al figlio ? dev'essere un tisico.
Il ragazzo, distrutto dalla scrofola, col fianco divorato da un tumore bianco, con un principio di necrosi delle vertebre, sembrava s'interessasse moltissimo allo spettacolo di quell'agonia. Non aveva nessuna paura, sorridendo di un sorriso tristissimo.
- Oh! è orribile! ? mormorò la signora Chaise, impallidendo pel terrore della morte, lei che tremava sempre per la paura che una crisi improvvisa la portasse via.
- Caspita! ? riprese filosoficamente Vigneron ? ognuno alla sua ora; siamo tutti mortali.
Ed allora il sorriso di Gustavo assunse una espressione di scherno doloroso, come se avesse udito altre parole, il voto incosciente, la speranza che la vecchia zia morisse prima di lui e ch'egli ereditasse le cinquecentomila lire promesse e che neppure lui disturbasse molto a lungo la sua famiglia.
- Mettilo giù ? disse la signora Vigneron. Lo stanchi, tenendolo per le gambe.
Si diede attorno poi, con la signora Chaise, per evitare qualunque scossa al ragazzo. Quel povero piccino aveva bisogno di tante cure! Ogni momento si temeva di perderlo. Il padre stesso fu del parere che convenisse rimetterlo subito nel suo scompartimento.
E mentre le due donne lo portavano via, egli soggiunse, molto commosso, volgendosi di nuovo a Pietro:
- Ah! signor abate, se Dio ce lo riprendesse, la nostra vita andrebbe con lui... Non parlo della sostanza della zia che passerebbe ad altri nipoti. Ma sarebbe contro natura, non è vero che egli partisse prima di lei, nelle misere condizioni di salute in cui essa si trova. Basta, siamo nelle mani della Provvidenza e contiamo sulla Beata Vergine, la quale farà certo un miracolo.
Finalmente, la signora di Jonquière, rassicurata dal dottor Ferrand, potè lasciare la Grivotte. Ma ebbe cura di dire a Pietro:
- Muoio di fame, corro un momento al caffè... Soltanto, se l'ammalata tornasse a tossire, venite a prendermi, vi prego.
Al caffè, quando ebbe attraversato con molto stento lo scalo, cadde in un'altra baraonda. I pellegrini agiati avevano preso d'assalto le tavole; c'erano specialmente molti preti che si affrettavano, in mezzo al tintinnio delle forchette, dei coltelli e delle stoviglie.
Tre o quattro camerieri non riuscivano a fare il servizio, tanto più che la folla inceppava i loro passi, accalcandosi al banco, per comperare delle frutta, dei panini e della carne fredda. Ed era là che Raimonda faceva colazione, in fondo alla sala, ad un tavolino, con la signorina Désagneaux e la signora Volmar.
- Ah! mamma, finalmente! ? gridò. Volevo appunto tornare a chiamarti. Bisogna pure che ti permettano di mangiare!
Rideva, molto allegra, molto felice delle avventure del viaggio, di quel pasto fatto alla carlona in fretta ed in furia.
- Guarda! T'ho lasciato la tua parte di trota con salsa verde, ed ecco una costoletta che ti aspetta... Noialtre siamo già arrivate ai carciofi.
Allora fu una vera festa: quel tavolino in un cantuccio allegro faceva bene al cuore.
La giovine signora Désagneaux specialmente era adorabile: una bionda delicata, con un arruffio di capelli gialli e crespi attorno al visino latteo, tondo, tutto a pozzette, molto buona poi e molto allegra.
Maritata ad un uomo ricco, lasciava da tre anni il marito a Trouville, nel cuore del mese d'agosto, per accompagnare il pellegrinaggio nazionale, in qualità di dama ospitaliera: quella era la sua grande passione, una pietà ardente, un bisogno di darsi tutta agli ammalati per cinque giorni, una vera orgia di devozione assoluta che la lasciava beata ed affranta. Il suo solo dolore era di non avere figli, ed alle volte rimpiangeva, con comico trasporto, di aver frainteso la sua vocazione di suora di carità.
- Eh, via, via! ? disse con fuoco a Raimonda; ? non compiangete vostra madre di essere vincolata dai suoi infermi. ? Così si occupa almeno!
E rivolgendosi alla signora di Jonquière:
- Se sapeste come le ore ci paiono lunghe nel nostro bel scompartimento di prima classe! Non si può neppure occuparsi di nessun lavoruccio: è vietato. Avevo pregato che mi mettessero con degli ammalati; ma tutti i posti erano presi, e sarò ridotta a tentare di dormire nel mio angolo, questa notte.
E soggiunse ridendo:
- Dormiremo, signora Volmar, non è vero? giacchè sembra che la conversazione vi stanchi.
Questa, che doveva avere oltrepassata la trentina, molto nera di capelli, con viso lungo tratti fini ed un po' stanchi, aveva due occhioni stupendi, due stelle, su cui passava di quando in quando, come un velo, una nebbia che pareva li spegnesse. Non era bella a primo sguardo; ma quando la si osservava meglio diventava perturbante e provocante ed affascinava sino alla passione ed al delirio.
Del resto, si studiava di non dare nell'occhio, modestissima nel contegno, dimessa nel vestire, sempre in nero e senza un gioiello, sebbene fosse la moglie di un negoziante di diamanti di Parigi.
- Oh! in quanto a me ? mormorò ? purchè non mi si faccia troppo faticare, sono contenta.
Infatti, era già andata due volte a Lourdes come dama ausiliare, ma non la si vedeva quasi mai all'ospedale di Nostra-Donna dei Dolori, poichè all'arrivo era presa da tale stanchezza, a quanto diceva, da essere costretta a chiudersi in camera.
La signora di Jonquière, direttrice della sala, le dimostrava un'amabile indulgenza.
- Ah! Dio mio! povere le mie figliuole, avrete il tempo di sacrificarvi. Dormite quindi, se lo potete, e la vostra volta verrà poi, quando io non potrò più reggermi in piedi.
Poi, volgendosi alla figlia:
- E tu, cara, farai bene a non eccitarti troppo, se vuoi serbare la testa a posto.
Raimonda la guardò in aria di rimprovero, con un sorriso.
- Mamma, mamma, perchè dici così? Non sono ragionevole forse?
E si capiva che quelle parole non erano millanterie, perchè nei suoi occhi grigi, sotto alla loro solita espressione di gioventù spensierata, tutt'assorta nella gioia di vivere, balenò una energica risolutezza, una ferma volontà di dirigere da sè la propria vita.
- E' vero ? confessò la madre, un po' confusa: ? quella bambina ha più giudizio di me, alle volte... Passami la costoletta, e ti assicuro che sarà veramente la benvenuta! Dio buono! Che fame!
La colazione continuò, rallegrata dalle risa continue della signora Désagneaux e di Raimonda. Questa si animava, ed il suo viso, che l'attesa del matrimonio cominciava già ad avvizzire, ritrovava la rosea freschezza dei vent'anni. Si mangiava a due palmenti in gran furia, perchè non restavano che dieci minuti.
In tutta la sala saliva il ronzio, sempre più forte, dei commensali, che temevano di non avere il tempo di prendere il caffè.
Ma Pietro comparve; la Grivotte era presa da un altro accesso di soffocazione, e la signora di Jonquière finì il suo carciofo e tornò al vagone, dopo aver abbracciata la figlia, che le dava la buona notte scherzosamente.
Frattanto il giovane sacerdote aveva avuto un gesto di meraviglia scorgendo la signora di Volmar con la croce rossa delle dame ospitaliere sul vestito nero. Egli la conosceva perchè si recava ancora, qualche rara volta, a trovare la vecchia Volmar, la madre del negoziante di diamanti, un'antica conoscenza di sua madre: la più terribile delle donne, di una devozione esagerata e così dura e severa che chiudeva le persiane, perchè la nuora non guardasse in strada.
E sapeva la storia della giovane Volmar, la sposa imprigionata fin dal giorno successivo alle nozze, tra la suocera che la terrorizzava ed il marito, mostro di una bruttezza ripugnante, che giungeva persino a percuoterla, pazzo di gelosia, sebbene si mantenesse delle femminaccie fuor di casa. Non le si permetteva di uscire un momento che per recarsi in chiesa. E Pietro, un giorno, alla Trinità, aveva sorpreso il suo segreto, vedendola scambiare rapidamente alcune parole, dietro la chiesa, con un giovane elegante e per bene; il fallo inevitabile e tanto scusabile, la colpa fra le braccia dell'amico discreto, trovato nel momento opportuno, la passione occulta e ardentissima, che non si può soddisfare e che strugge, il convegno che si è penato tanto a rendere possibile, che bisogna aspettare settimane e settimane, e di cui si profitta avidamente in un'improvvisa febbre di desiderio.
La signora Volmar si turbò, stendendo al prete la manina lunga e tepida.
- Oh! che incontro, signor abate... E' tanto che non ci vediamo!
E gli raccontò che era il terzo anno che si recava a Lourdes, la suocera avendola obbligata a far parte dell'Associazione di Nôtre-Dame du Salut.
- Mi stupisce che non l'abbiate veduta alla stazione. Mi mette in treno e viene a prendermi al ritorno.
La signora diceva quelle cose molto semplicemente, ma, con una tale finezza di ironia segreta, che a Pietro pareva d'indovinare il vero.
Sapeva che essa non era punto devota, e non si assoggettava alle pratiche religiose, che per procurarsi, tratto tratto, un'ora di libertà: ed ebbe l'intuizione subitanea che qualcuno la aspettasse laggiù, che, senza dubbio, si affrettava ad un convegno d'amore, col suo aspetto umile ed ardente ed i suoi occhi di fiamma che spegneva sotto un velo di fredda indifferenza.
- In quanto a me ? disse il prete ? accompagno un'amica d'infanzia, una povera ragazza ammalata... ve la raccomando: l'assisterete.
Allora ella arrossì un poco ed egli non ebbe più dubbio.
Frattanto Raimonda regolava il conto, con la sicurezza di una persona che se ne intende di cifre: e la signora Désagneaux condusse via con sè la Wolmar.
I camerieri perdevano sempre più la testa, le tavole si sfollavano, tutti si erano scagliati verso il treno, udendo una campana.
Pietro si affrettava anche lui tornare al vagone, quando si vide nuovamente fermato.
- Ah! signor curato ? esclamò ? vi ho veduto mentre si partiva, ma non ho potuto raggiungervi per stringervi la mano.
E stendeva la propria al vecchio sacerdote, che lo guardava, sorridendo, col suo fare da brav'uomo. L'abate Judaine era curato a Saligny, un piccolo comune dell'Oise. Alto e robusto, aveva un largo faccione roseo, incorniciato di ricci biondi; e si sentiva che era un sant'uomo, il quale non era mai stato tormentato nè dalla carne, nè dalla intelligenza. Di una santità placida, egli credeva ciecamente, completamente, senza lotta alcuna, con una fede da bambino, che ignora le passioni. Dacchè a Lourdes la Vergine lo aveva guarito di una malattia d'occhi, con un miracolo clamoroso di cui si parlava ancora, la sua fede si era fatta ancora più cieca e più profonda, quasi compenetrata di gratitudine divina.
- Sono lieto di avervi tra noi, amico mio ? disse dolcemente ? perchè i giovani sacerdoti hanno molto da guadagnare in questi pellegrinaggi... Mi si afferma che si trova alle volte in loro uno spirito di ribellione. Ebbene, vedrete tutta quella povera gente che prega e sarà uno spettacolo che vi strapperà le lagrime dagli occhi... Come non rimettersi nelle mani di Dio, davanti a tante sofferenze, guarite o consolate?
Anche lui accompagnava un'ammalata. Additò uno scompartimento di prima classe su cui stava un cartello con la scritta: Abate Judaine, riservato. Ed abbassando la voce:
- E' la signora Dieulafay, sapete, la moglie del famoso banchiere. Il loro castello, una reggia, è nella mia parrocchia: e, quando hanno saputo che la Beata Vergine si era degnata di farmi una grazia insigne, mi hanno supplicato d'intercedere per la povera ammalata. Ho già detto delle messe, ho fatto dei voti ardenti... Ecco, guardatela laggiù, in terra. Ha voluto assolutamente farsi portar qui un momento, nonostante la fatica che si farà a rimetterla in vagone.
Infatti, sullo scalo, all'ombra, si vedeva, in una specie di cassa lunga, una donna, di cui il bel viso, dall'ovale puro; dagli occhi mirabili, non mostrava più di ventisei anni. Era colpita da una malattia spaventosa, la scomparsa dei sali calcarei, che trascinava seco il rammollimento dello scheletro, la lenta distruzione delle ossa.
Da tre anni, dopo aver partorito una creatura morta, aveva sentito dei lievi dolori nella colonna vertebrale. Poi, a poco a poco, le ossa avevano perduto in spessore e si erano sformate, le vertebre si piegavano, le ossa del bacino diventavano piatte, quelle delle gambe e delle braccia si rimpicciolivano: e scemata di dimensione, come liquefatta, essa era divenuta un cencio umano, una cosa fluida e senza nome, che non poteva reggersi in piedi e che si doveva trasportare con mille cure, per tema di vedersela sfuggire di fra le dita. La faccia serbava l'antica bellezza, ma era una faccia immobile, come stupefatta ed imbecillita. E, quello che stringeva maggiormente il cuore, di fronte a quei miserevoli avanzi di donna, era il gran lusso che la circondava, la cassa imbottita di seta turchina, i merletti preziosi di cui l'infelice era coperta, la cuffia di valencienne che portava, quella ricchezza messa in mostra fin nell'agonia.
- Ah! che pietà! ? riprese l'abate Judaine, a mezza voce ? dire che è così giovane, così bella, e che ha tanti milioni! E se sapeste come l'amavano e di che idolatria la circondano ancora!... Quel signore alto che le sta vicino è il marito, e quella signora elegante è sua sorella, la signora Jousseur.
Pietro rammentò di aver letto spesso nei giornali il nome della signora Jousseur, moglie di un diplomatico molto in voga nell'alta società aristocratica di Parigi. Era corsa anche una diceria a proposito di una forte passione, da lei combattuta e vinta. Molto bellina, del resto, e vestita con una semplicità artisticamente raffinata, si affaccendava attorno alla triste sorella con l'apparenza della più perfetta devozione. In quanto al marito, il quale aveva ereditato allor allora, a soli trentacinque anni, la ricchissima banca del padre, era un bell'uomo, dal colorito chiaro, molto accurato nel vestire, stretto in un abito nero; ma aveva gli occhi pieni di lagrime, perchè adorava la moglie, ed aveva voluto accompagnarla egli stesso a Lourdes, abbandonando gli affari, mettendo l'ultima sua speranza in quell'appello alla misericordia divina.
Dalla mattina in poi, Pietro vedeva certamente molti guai atroci in quel doloroso treno bianco. Ma nessuno gli aveva straziato l'animo quanto quel miserando scheletro di donna che si sfasciava tra i suoi merletti ed i suoi milioni.
- Oh! l'infelice! ? mormorò, rabbrividendo.
Allora l'abate Judaine fece un gesto di serena speranza.
- La Beata Vergine la farà guarire, l'ho pregata tanto!
Ma si udì un altro squillo di campana, e questa volta era veramente la partenza. Non c'erano più che due minuti. Vi fu un'ultima ressa: certuni tornavano recando dei cibi avvolti nella carta, delle boccie e delle secchie riempite alla fontana. Molti si sbigottivano, non ritrovando più il loro vagone, correndo all'impazzata lungo il treno; mentre degli infermi si trascinavano, con affrettato calpestìo di gruccie, ed altri, quelli che camminavano difficilmente, procuravano di affrettare il passo, poggiati al braccio delle dame ospitaliere. Quattro uomini penavano assai a rimettere la signora Dieulafay nel suo scompartimento di prima classe.
I Vigneron, che si contentavano di viaggiare in seconda, si erano già stabiliti di nuovo nel loro angolo, tra una raccolta straordinaria di canestri, di casse, di valigie, che permettevano appena al piccolo Gustavo di allungare le sue povere membra di insetto abortito. Poi riapparvero tutte le donne: la Maze, scivolando col suo fare silenzioso; la signora Vincent, sollevando a braccia tese la sua cara figliuolina, col terrore di udirla dare un grido; la Vêtu che convenne spingere, dopo averla riscossa dall'inebetimento della sua tortura; Elisa Rouquet, tutta fradicia per essersi ostinata a bere, ed ancora intenta ad asciugare la sua faccia da mostro.
E mentre ognuno riprendeva il proprio posto, ed il vagone si affollava di nuovo, Maria ascoltava il padre, il quale era beato di essere andato fino in fondo alla stazione, alla casetta di una guardia eccentrica, da cui si scopriva un paesaggio veramente ameno.
- Volete che vi si aiuti subito a ricoricarvi? ? domandò Pietro, che il viso angosciato dell'inferma straziava.
- Oh! no, no, fra un momento! ? rispose lei. ? Ho il tempo di udire quelle ruote ruggirmi sul capo, come se mi stritolassero le ossa!
Suor Giacinta aveva supplicato Ferrand di venir a veder l'uomo, prima di tornare al furgone della cantina. Aspettava ancora il padre Massias, stupita di quel ritardo inesplicabile: ma non disperava peraltro, perchè suor Chiara degli Angeli non era ricomparsa.
- Ve ne prego, dottor Ferrand, ditemi se c'è veramente pericolo immediato per quell'infelice.
Di nuovo, il giovine dottore guardò, ascoltò, palpò.
Poi, fece un gesto sfiduciato, dicendo sottovoce:
- Ho la convinzione che non lo condurrete vivo a Lourdes.
Tutti sporgevano la testa, ansiosi. Se si fosse almeno saputo il nome di quell'uomo, d'onde veniva e chi era! Ma era atroce trovarsi di fronte quel miserando sconosciuto, da cui non si poteva cavar una parola e che stava per morire là, in quel vagone, senza che alcuno potesse mettere un nome sulla sua faccia!
Suor Giacinta ebbe allora l'idea di frugargli in tasca. Non vi era alcun male, date le circostanze.
- Dottor Ferrand, guardate nelle sue tasche, vi prego.
Questi frugò l'uomo con precauzione. Non trovò altro che un rosario, un coltello e tre soldi, nè si potè mai saperne di più.
In quel punto, una voce annunziò suor Chiara degli Angeli ed il padre Massias. Questi aveva fatto tardi, discorrendo in una sala d'aspetto col curato di Santa Radegonda.
La sua presenza destò una grande emozione, e per un momento parve che tutto fosse accomodato. Ma il treno stava per partire, gli impiegati chiudevano già gli sportelli, bisognava amministrare l'estrema unzione a vapore, se non si voleva dar luogo ad un troppo lungo ritardo.
- Qui, qui, mio reverendo! ? gridava suor Giacinta. ? Sì! Sì! Salite su! Il nostro infelice ammalato è qua.
Il padre Massias, che sebbene avesse cinque anni più di Pietro era stato suo condiscepolo al seminario, aveva la persona lunga e scarna, con una faccia da asceta, incorniciata da barba sbiadita, una faccia in cui ardevano due occhi scintillanti. Non era nè il prete straziato dal dubbio, nè il prete dalla ingenua fede infantile, ma un apostolo, travolto dalla passione, sempre pronto a lottare ed a vincere per la gloria purissima della Vergine.
Sotto il bavero nero a grande cappuccio ed il cappello felpato a larghe tese, sfolgorava in un continuo fervore di battaglia.
Trasse subito di tasca la busta d'argento dell'olio santo.
E la cerimonia cominciò, fra l'ultimo sbatacchiare degli sportelli, e la corsa dei pellegrini in ritardo, mentre il capo-stazione, inquieto, consultava l'orologio con lo sguardo, vedendo che gli converrebbe concedere alcuni minuti di grazia.
- Credo in unum Deum... ? mormorava rapidamente il padre.
- Amen ? risposero suor Giacinta e tutto il vagone.
Quelli che avevano potuto farlo, si erano inginocchiati sui sedili.
Gli altri giungevano le mani, moltiplicando i segni di croce: e, quando al balbuzzìo delle preghiere tennero dietro le litanie del rituale, le voci sorsero, ed un fervido desiderio vibrò nei Kyrie eleison, il desiderio che i suoi peccati gli fossero rimessi e che l'uomo ottenesse la guarigione fisica e morale. Potesse tutta la sua vita, quella vita ignota, essergli perdonata, ed egli entrare, sconosciuto e trionfante, nel regno di Dio.
- Christe, exaudi nos.
- Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix.
Il padre Massias aveva tolto dall'astuccio l'ago d'argento alla cui punta tremolava una goccia d'olio santo. In quella ressa, in quell'attesa di tutto il treno, in cui la gente stipata si affacciava agli sportelli, non poteva pensare a fare le unzioni d'uso su tutti gli organi dei sensi, quelle porte che lasciano entrare il male. Doveva contentarsi di una unzione unica, come la regola gli permetteva, quando il caso era urgente, e quell'unzione fece sulla bocca, su quella bocca livida e semiaperta, da cui spirava appena un lieve soffio, mentre la faccia, dalle palpebre chiuse, pareva già come cancellata, rientrata nella polvere della terra.
- Per istam sanctam unctionem et suam piissimam misericordiam, indulgeat tibi Dominus quidquid per visum, anditum, odoratum, gustum, tactum, deliquisti...
Il resto della cerimonia si perdette nella precipitazione e la confusione della partenza. Il padre ebbe appena il tempo di asciugare la goccia col fiocchetto di bambagia che suor Giacinta teneva pronto. E dovette lasciare il vagone e tornare nel proprio colla massima celerità rimettendo in ordine l'astuccio dell'olio santo, mentre gli astanti recitavano l'orazione finale.
- Non possiamo aspettare di più, è impossibile ? ripeteva il capo-stazione, dimenandosi. ? Suvvia, suvvia, fate presto!
Finalmente, si stava per ripartire. Tutti si rimettevano a sedere, tornavano nel loro cantuccio. La signora di Jonquière, ancora preoccupata dello stato della Grivotte, aveva cambiato di posto, riavvicinandosi a lei, rimpetto a Sabathier, il quale aspettava, rassegnato e silenzioso.
In quanto a suor Giacinta, non era tornata nel suo scompartimento, decisa a restare vicino all'uomo per assisterlo, tanto più che così era anche più a portata di vegliare sul frate Isidoro, di cui Marta non sapeva come alleviare la crisi. E Maria, impallidita, sentiva nelle carni dolorose, le scosse del treno, già prima che questi avesse ripreso la sua corsa sotto il sole di piombo, trascinando il suo carico di miserabili, nell'afa e nel lezzo dei vagoni infuocati. Si udì un lungo fischio, la macchina sbuffò, e suor Giacinta, alzandosi, disse:
- Figli miei, il Magnificat.

 4.
Mentre il treno si metteva in moto, lo sportello si riaprì ed un impiegato spinse una ragazzetta di quattordici anni nello scompartimento dove stavano Pietro e Maria.
- Ecco! C'è un posto, spicciatevi!
Già le faccie si allungavano e si stava per protestare, quando suor Giacinta esclamò:
- Come! Siete voi, Sofia! Tornate dunque a trovare la Beata Vergine che vi ha guarita, l'anno scorso?
Ed in pari tempo, la signora di Jonquière, diceva:
- Ah! cara la mia piccola Sofia, così va bene: è bello mostrarsi riconoscente.
- Ma certo, suora mia! Ma certo, cara signora! ? rispose graziosamente la ragazzetta.
Del resto, avevano tornato a chiudere lo sportello e conveniva accettare, senz'altro, quella nuova pellegrina che sembrava piovuta dal cielo, nel momento della partenza del treno, che era stata in pericolo di perdere.
Era sottile e non occuperebbe molto spazio. Poi quelle signore la conoscevano e tutti gli occhi si erano fissati su di lei nell'udire che la Beata Vergine l'aveva guarita.
Frattanto erano usciti dalla stazione, la macchina ruggiva nella scossa crescente delle ruote e suor Giacinta ripetè, battendo palma a palma:
- Andiamo, andiamo, ragazzi, il Magnificat!
Mentre il canto di allegrezza saliva in mezzo alle scosse, Pietro guardava Sofia. Era evidentemente una piccola contadina, la figlia di poveri coltivatori dei dintorni di Poitiers, viziata dai parenti e trattata come una signorina dacchè era una miracolata, un'eletta, che i parroci del circondario venivano a vedere. Aveva un cappello di paglia con nastri color rosa, ed un vestito di lana grigia, guarnito di una gala.
Ed il suo visino tondo non era bello, ma amabile, molto fresco ed illuminato da due occhietti chiari e maliziosi, che le davano un'aria sorridente e modesta.
Quando ebbero finito il Magnificat, Pietro non seppe resistere alla tentazione di interrogare Sofia. Una ragazzetta di quell'età, così candida d'apparenza e che non pareva bugiarda, era un caso che l'interessava vivamente.
- E così, ragazza mia, siete stata lì lì per perdere il treno?
- Ah! signor abate, ne avrei avuta tanta vergogna... Ero in stazione da mezzogiorno. Ed ecco che vedo il curato di S. Radegonda che mi chiama per abbracciarmi, dicendomi che sono una buona bambina, perchè vado a Lourdes... Ed allora appunto, a quanto pare, il treno partiva, ed io non ho avuto che il tempo di correre... Oh! come ho corso!
Rideva, un po' trafelata, col rammarico però di essere stata in procinto di commettere un errore per sventatezza.
- E come vi chiamate, figlia mia?
- Sofia Couteau, signor abate.
- Non siete di Poitiers stesso?
- Ah! no... Siamo di Vivonne, a cinque chilometri. Mio padre e mia madre hanno un po' di fondi, e le cose non andrebbero male se non ci fossero otto ragazzi a casa... Io sono la quinta. Per fortuna che i primi quattro cominciano a lavorare!
- E voi, figlia mia, che fate?
- Oh! io, signor abate, non sono di grande aiuto... Dall'anno scorso in poi, dacchè sono tornata guarita, non mi hanno lasciata quieta un giorno, perchè, capite, sono venuti a vedermi, mi hanno condotta da monsignore, nei conventi, dappertutto... E, prima, sono stata ammalata per un pezzo... non potevo camminare senza bastone, gridavo ad ogni passo, tanto il piede mi faceva male.
- Allora è di un male al piede che la Beata Vergine vi ha guarita?
Sofia non ebbe il tempo di rispondere. Suor Giacinta, che ascoltava, intervenne:
- D'una carie delle ossa del tallone sinistro, carie che datava da tre anni. Il piede era gonfio, sformato, e c'erano delle screpolature da cui usciva una suppurazione continua.
A queste parole, tutti gli ammalati del vagone si infervorarono. Non staccavano più gli occhi dalla miracolata, cercando in lei il prodigio. Quelli che potevano reggersi in piedi si alzavano per vederla meglio; e gli altri, gli infermi, stesi sulle materasse, tentavano di sollevarsi e di voltar la testa. Nello spasimo che li aveva ripresi partendo da Poitiers, nello sgomento delle quindici ore di viaggio che avevano ancora davanti a sè, l'arrivo subitaneo di quella bambina, eletta dal cielo, era come un conforto divino, un raggio di speranza, da cui attingerebbero la forza di andar sino alla fine del viaggio.
Già i lamenti si facevano più radi e tutte le faccie si sporgevano, nell'ardente bisogno di credere. Maria specialmente, rianimata, rivolgendosi un po', giunse le mani e scongiurò dolcemente Pietro:
- Ve ne prego, interrogatela, pregatela di dirci tutto... Guarita, mio Dio! Essa è guarita di un male così orribile!
La signora di Jonquière, commossa, si sporse dalla parete divisoria per abbracciare la piccina.
- Certo, la nostra piccola amica ci dirà tutto... Non è vero, carina mia, che ci racconterete quello che la Beata Vergine ha fatto per voi?
- Oh! certo, signora... quello che vorrete.
Serbava il suo aspetto sorridente e modesto, con gli occhi splendenti di intelligenza. E volle incominciare subito, alzando la mano destra, con un gesto grazioso che imponeva l'attenzione. Evidentemente, si era già abituata al pubblico.
Ma non si poteva vederla da tutti i punti del vagone, e suor Giacinta ebbe un'idea.
- Salite sul sedile, Sofia, e parlate un po' forte pel frastuono.
Questo la divertì e le convenne rifarsi seria per cominciare.
- Dunque, come dicevo, il mio piede era perduto, non potevo neppure più recarmi in chiesa, e bisognava sempre ravvolgerlo nella tela, perchè ne colavano delle cose poco pulite... Il medico, il dottor Rivoire, che aveva fatto un taglio per guardar dentro, diceva che sarebbe stato costretto a portar via un pezzo dell'osso, il che mi avrebbe certamente fatta diventar zoppa... Ed allora, dopo aver pregato molto la Beata Vergine, sono andata ad immergere il piede nell'acqua, con un desiderio così fervido di guarire che non ho nemmeno preso il tempo di toglierne la tela... E tutto è rimasto nell'acqua, il mio piede non aveva più nulla, quando l'ho levato...
Un mormorìo di stupore, di meraviglia e di desiderio sorse e circolò, nell'ascoltare quel bel racconto di prodigi, così dolce ai disperati. Ma la piccina non aveva finito. Tirò fiato e conchiuse con un altro gesto, aprendo un po' le braccia:
- A Vivonne, quando il dottor Rivoire ha riveduto il mio piede, ha detto: "Non so se sia stato Dio o il diavolo a guarire questa bambina, e poco m'importa, ma la verità si è che è guarita."
Questa volta s'udirono delle risate. Essa declamava troppo, avendo ripetute troppe volte la sua storia la sapeva a memoria. La parola del medico era di un effetto sicuro, ne rideva ella stessa anticipatamente, certa che tutti riderebbero. E con tutto questo, rimaneva ingenua e commovente.
Però, doveva aver dimenticato un particolare, perchè suor Giacinta, che aveva annunziato all'uditorio la frase del medico con un'occhiata, le suggerì sottovoce:
- Sofia, e la vostra parola alla signora contessa, la direttrice della sala?
- Ah sì... Non avevo preso molta tela pel mio piede, e le ho detto: La Beata Vergine è stata ben buona di guarirmi il primo giorno, perchè domani la mia provvista sarebbe stata esaurita.
Tutti risero di nuovo. La si trovava tanto carina che fosse guarita così! E dovette anche raccontare, dietro una domanda della signora di Jonquière, la storia degli stivaletti, dei bellissimi stivaletti nuovi regalatile dalla contessa e con cui, beata, aveva corso, saltato, ballato. Pensate un po; degli stivaletti, lei che da tre anni non poteva nemmeno calzare una pantofola!
Pietro, fatto serio, e impallidendo per la segreta inquietudine che lo invadeva, continuava a guardarla.
E le rivolse altre domande. Essa non mentiva certamente, solo egli sospettava che avesse alterata a poco a poco la verità, che l'abbellisse in modo molto naturale nella sua gioia di aver risentito un grande sollievo e di essere diventata un piccolo personaggio importante. Chi poteva dire, ora, se quella pretesa cicatrizzazione istantanea e completa, avvenuta in pochi secondi, non aveva messo dei giorni per verificarsi? Dov'erano i testimoni?
- Io ero là ? raccontava per l'appunto la signora di Jonquière. ? Sofia non era nella mia sala, ma l'avevo incontrata quella mattina stessa che zoppicava...
Pietro l'interruppe vivamente:
- Ah! avete veduto il suo piede prima e dopo l'immersione?
- No, no, non credo che si sia potuto vederlo, perchè era ravvolto in fascie... L'ha detto lei stessa che quelle fascie sono cadute nella piscina...
E volgendosi alla ragazzetta:
- Ma ve lo mostrerà, il suo piede... Non è vero, Sofia? Toglietevi la scarpa.
Questa si toglieva già la scarpa, tirava la calza con una prontezza ed una facilità che annunziavano la molta pratica che aveva preso. Ed allungò il piede, bianchissimo, pulitissimo, tenuto con la massima cura, con unghie rosee, ben tagliate, voltandolo e rivoltandolo con compiacenza perchè il prete potesse esaminarlo comodamente. C'era, sotto la caviglia, una lunga cicatrice biancastra, molto distinta, che rivelava la gravità del male.
- Oh! signor abate, prendete il tallone, stringetelo con tutte le forze: non sento più nulla!
Pietro fece un gesto per cui gli astanti poterono credere che la potenza della Beata Vergine lo rapisse. Ma rimaneva inquieto e dubbioso. Qual forza ignota aveva agito? O meglio, qual falsa diagnosi del medico, qual concorso di errori e di esagerazioni avevano messo capo a quella bella fiaba?
Gli ammalati intanto volevano tutti vedere il piede miracoloso, quella prova visibile della guarigione divina che andavano a chiedere. E fu Maria, che s'era messa a sedere e soffriva già meno, che lo toccò per la prima. Poi la signora Maze, strappata alla sua malinconia, lo passò alla signora Vincent, che quasi quasi, nella dolcezza della speranza che risorgeva in lei, l'avrebbe baciato, Sabathier aveva ascoltato, con aria divota; la signora Vêtu, la Grivotte e persino frate Isidoro riaprivano gli occhi; incuriositi, e la faccia di Elisa Rouquet si era fatta straordinaria, trasfigurata com'era dalla fede e quasi bella; una piaga sparita così, non era la sua propria piaga chiusa, scomparsa, il suo viso ridiventato quello di prima, senz'altro segno che una lieve cicatrice?
Sofia, sempre in piedi, doveva aggrapparsi ad una delle aste di ferro e poggiare il piede sulla parete, ora a destra ora a sinistra, senza stancarsi, molto felice e superba delle esclamazioni che le suonavano intorno, dell'ammirazione commossa e del rispetto religioso che si tributava a quella piccola parte della sua persona, a quel piedino che era diventato quasi sacro ora.
- Probabilmente ci vuole una gran fede ? pensò Maria ad alta voce ? bisogna avere l'anima affatto bianca.
E rivolgendosi a Guersaint:
- Padre, sento che guarirei se avessi dieci anni, se avessi l'anima bianca come quella d'una bambina.
- Ma hai dieci anni, tesoro mio! Non è vero, Pietro, che le bambine di dieci anni non hanno l'anima più bianca di lei?
Lui, col suo spirito chimerico, andava matto per le storie dei miracoli. Ed il prete, profondamente commosso della fervida purità della fanciulla, non cercò più di discutere, lasciando che ella si abbandonasse al soffio di consolanti illusioni che passava.
Dacchè avevano lasciato Poitiers, il tempo era ancora più afoso, un nembo saliva nel cielo color di rame e pareva che il treno passasse attraverso ad una fornace. I villaggi sfilavano, tetri e deserti, sotto il solleone. A Couhè-Verac avevano ripetuto il rosario e cantato un inno. Ma gli esercizi di pietà si facevano meno frequenti. Suor Giacinta, che non aveva ancora potuto far colazione, si era decisa a mandar giù rapidamente un panino con delle frutta, senza cessare di assistere l'uomo, di cui il respiro sommesso ed affannoso pareva più regolare da un momento, E non fu che a Ruffec, alle tre, che recitarono il vespro della Beata Vergine.
- Ora pro nobis, santa Dei Genitrix.
- Ut digni efficiamur prmissionibus Christi.
Mentre finivano, Sabathier, il quale aveva guardato la piccola Sofia mentre rimetteva la calza e la scarpa, si volse a Guersaint.
- Il caso di quella bambina è interessante, non c'è che dire. Ma non è nulla, c'è di meglio assai; sapete la storia di Pietro di Rudder, un operaio belga?
Tutti si erano rimessi in ascolto.
- Quell'uomo aveva avuto la gamba rotta per la caduta da un albero. Dopo otto anni, i due frammenti dell'osso non erano saldati e si vedevano quei due capi, in fondo di una piaga, sempre in suppurazione; la gamba, flaccida, pendeva e andava per tutti i versi. Ebbene: è bastato che bevesse un bicchiere dell'acqua miracolosa perchè la sua gamba tornasse intera in un baleno: ed ha potuto camminare senza gruccie, ed il medico gli ha detto: "La vostra gamba è come quella di un neonato!" Ed era così per l'appunto! Una gamba affatto nuova!
Nessuno parlò; vi fu uno scambio di sguardi beati.
- Guardate! ? continuò Sabathier ? è come la storia di Luigi Bouriette, un cavatore, uno dei primi miracoli di Lourdes. Lo conoscete?... Era rimasto ferito nell'esplosione di una mina. L'occhio destro era completamente perduto ed era persino in pericolo di perdere il sinistro... Orbene, un giorno, mandò sua figlia a prendere una boccia dell'acqua famosa della fonte, che cominciava appena a zampillare. Poi si lavò l'occhio con quel fango e pregò con fervore. E gettò un grido: ci vedeva, signore, ci vedeva quanto voi e me... Il medico che lo curava ne ha scritto un racconto particolareggiato; non si può avere il menomo dubbio in proposito.
- E' meraviglioso ? mormorò Guersaint, incantato.
- Volete un altro esempio, signore? E' un caso celebre: quello di Francesco Macary, il falegname di Lavaur. Aveva, da diciotto anni, nella parte interna della gamba sinistra, un'ulcera varicosa profonda, con un grande ingorgo dei tessuti. Era giunto a tale da non potersi muovere, la scienza lo condannava ad un'infermità perpetua... Ed ecco che una sera si chiude in camera con una bottiglia d'acqua di Lourdes. Si toglie le fascie, si lava le due gambe, beve il resto della bottiglia. Poi si mette a letto e si addormenta; e, quando si sveglia, si palpa, guarda, più niente! Le varicose, le ulceri, tutto era scomparso... La pelle del ginocchio, signore, era ridiventata liscia e fresca come a venti anni.
Questa volta vi fu uno scoppio di sorpresa e di ammirazione. Gli ammalati e i pellegrini entravano nella regione incantata del miracolo, dove l'impossibile si avvera ad ogni svolta di strada, dove si va agevolmente di prodigio in prodigio. Ed ognuno di essi aveva la sua storia da dire, infervorandosi per recare la sua parte, per convalidare con un esempio la sua fede e la sua speranza.
La signora Maze, la silenziosa, si esaltò al punto da parlare per la prima.
- Io ho un'amica che ha conosciuto la vedova Rizan, quella signora di cui la guarigione ha fatto tanto chiasso... Da ventiquattro anni aveva tutto il lato sinistro paralizzato. Rimetteva quello che mangiava, era come una massa inerte che gli altri voltavano nel letto, ed alla lunga lo sfregamento delle lenzuola le aveva consumato la pelle... Una sera, stava così male, che il medico annunziò che morirebbe nella notte. Un'ora dopo, essa uscì dal suo torpore, chiedendo con voce fioca alla figlia che andasse a prenderle un bicchiere d'acqua di Lourdes, da una vicina. Ma non potè avere quel bicchiere d'acqua che l'indomani; allora gridò: "Ah! figlia mia, è la vita che io bevo, strofinami il viso, il braccio, le gambe, tutta la persona!"
E, man mano che la ragazzetta ubbidiva, vedeva l'enorme enfiagione appianarsi, le membra paralizzate e tumefatte riprendere la pieghevolezza e l'aspetto naturale... Non è tutto: la signora Rizan gridava che era guarita, che aveva fame, che voleva del pane e della carne, lei che non ne aveva mangiati da ventiquattr'anni.
E si alzò, si vestì, mentre sua figlia rispondeva alle vicine che la credevano orfana, vedendola così scombussolata:
- No, no! La mamma non è morta, è risuscitata!
Gli occhi della signora Vincent si erano riempiti di lacrime. Oh, Dio! se avesse potuto vedere la sua Rosa risorgere così e mangiare di buon appetito e correre!
Le tornò alla mente un altro caso, quello di una giovinetta che le avevano raccontato a Parigi e che aveva influito molto sulla sua decisione di recarsi a Lourdes.
- So anch'io la storia di una paralitica, Lucia Druon, educanda in un orfanotrofio, giovanissima ancora, che non poteva neppur più inginocchiarsi. Le sue membra si erano contorte ad arco: la gamba destra, più corta, aveva finito col ravvolgersi attorno alla sinistra, e, quando una delle sue compagne la portava, si vedevano i suoi piedi dondolare, come morti, nel vuoto... Notate che non è andata a Lourdes. Ha fatto soltanto una novena, ma ha digiunato tutti i nove giorni, ed il suo desiderio di guarire era così grande che passava la notte in orazioni... Finalmente, il nono giorno, mentre beveva un po' d'acqua di Lourdes, sentì una scossa violenta nelle gambe, si alzò, ricadde, si rialzò, camminò. Tutte le compagne, stupefatte, quasi impaurite, gridavano: "Lucia cammina! Lucia cammina!" Ed era vero. In pochi secondi, le sue gambe erano ridiventate diritte, sane e robuste. Attraversò la corte, potè salire alla cappella, dove tutta la comunità, rapita di riconoscenza, cantò il Magnificat... Ah! quella cara fanciulla come doveva essere felice, come beata!...
Due lacrime scesero dalle sue guancie sul viso pallido della figlia, che baciò disperatamente.
Ma l'interesse, l'allegrezza estatica suscitata da quelle belle fiabe, dove il cielo trionfava ogni momento della realtà umana, si facevano sempre più vivi, esaltando quelle anime di fanciulle, a segno che i poveri ammalati si rizzavano anch'essi e ritrovavano la parola.
E sotto il racconto di ognuno di loro c'era la preoccupazione del suo male, la fiducia che guarirebbe, perchè una malattia identica era svanita come un incubo, sotto il soffio divino.
- Ah! ? balbettò la signora Vêtu, con la bocca impastata per lo spasimo ? ce n'era una, Antonietta Thardivail di cui lo stomaco era divorato come il mio. Sembrava che dei cani glielo lacerassero, ed alle volte diventava grosso come la testa di un bambino. Vi crescevano dei tumori, simili ad uova di gallina, cosicchè, per otto mesi, aveva vomitato del sangue. Anche lei stava per morire, con la pelle attaccata alle ossa, distrutte dalla fame, quando bevette dell'acqua di Lourdes e se ne fece lavare la cavità dello stomaco. Tre minuti dopo, il suo medico che l'aveva lasciata il giorno prima agonizzante, senza fiato, la trovò seduta accanto al fuoco, che faceva baldoria, mangiando con appetito una tenerissima ala di pollo. Non aveva più tumori, rideva come a vent'anni, ed il suo viso aveva ripreso la freschezza giovanile.
Ah! mangiare quello che ci piace, tornar giovani, non aver più spasimi!
- E la guarigione di suor Giuliana? ? disse la Grivotte, che si rialzò, poggiandosi al gomito, con gli occhi accesi dalla febbre. Il male era cominciato sotto la forma di un raffreddore maligno, come il mio: poi si è messa a sputar sangue. Ogni sei mesi ricadeva, doveva tornare a letto, e l'ultima volta hanno proprio creduto che vi resterebbe. Avevano provato invano tutti i rimedi, l'iodio, i vescicanti, le punte di fuoco. Insomma, una vera tisica, quella, che sei medici avevano riconosciuta per tale... Bene! Ecco che viene a Lourdes, e Dio sa fra quali patimenti! a segno che a Tolosa hanno creduto per un momento che morisse. Le suore la portavano in braccio. Alla piscina le dame ospitaliere non volevano farle il bagno. Era una morta... Ebbene! L'hanno spogliata, l'hanno immersa nell'acqua, bella e svenuta, e, tutta madida di sudore, l'hanno ritirata, così pallida, che l'hanno stesa per terra, convinti che questa volta tutto era finito davvero. Ad un tratto ecco che le sue guancie ripigliano colore, i suoi occhi si riaprono e respira con forza.
Era guarita! Si è rivestita da sè ed ha fatto un bel pasto, dopo essere andata alla grotta a ringraziare la Beata Vergine... Che ve ne pare? Non c'è nulla da opporre. Era una vera tisica. Ed è guarita radicalmente, come se le si fosse tolto il male d'addosso colle mani!
Allora frate Isidoro volle parlare: ma non lo potè e si limitò a dire affannosamente alla sorella:
- Marta, racconta un po' la storia di Dorotea che il curato di San Salvatore ci ha detto.
- Suor Dorotea ? cominciò la contadina goffamente ? si alzò un giorno con la gamba ingranchita: e da quel momento perdette la gamba, che si fece pesante e fredda come una pietra. Inoltre, aveva molto male alla schiena.
I dottori non ne capivano nulla. Ne capitava una mezza dozzina e le conficcavano degli spilli nelle carni e le bruciavano la pelle con una quantità di droghe.
Ma nulla giovava; suor Dorotea lo aveva ben capito, lei, che soltanto la Beata Vergine troverebbe il rimedio, ed ecco che parte per Lourdes; ed ecco che si fa mettere nella piscina. Sulle prime, credette davvero di morire, tanto era fredda. Poi, l'acqua si fece così dolce che le parve tepida e deliziosa come il latte. Non aveva mai sentito nulla di così soave; le sue vene si aprivano e l'acqua vi entrava. Capirete, la vita le tornava nel corpo, dal momento che la Beata Vergine se ne immischiava... Non aveva più il menomo male, andò a passeggio, alla sera mangiò un piccione e dormì tutta la notte come una beata... Gloria alla Santa Vergine! Gratitudine eterna alla Madre possente ed al divino suo figlio!
Anche Elisa Rouquet avrebbe voluto prodursi riferendo un miracolo che sapeva. Senonchè, parlava così male, colla sua bocca sformata, che non aveva ancora potuto riuscire a mettersi fra gli interlocutori. Ma vi fu una pausa ed essa ne approfittò, scostando un po' lo scialletto che copriva l'orrore della sua piaga.
- Oh! in quanto a me, quello che mi hanno raccontato non è un caso di malattia grave, ma è così buffo... Si tratta di una donna, Celestina Dubois, a cui era entrato un ago nella mano, mentre faceva il bucato. Per sette anni ve lo serbò, nessun medico avendo potuto ritirarlo. La sua mano si era contratta, non poteva più aprirsi... Essa arriva, l'immerge nella piscina. Ma subito la ritira, gettando alte grida. La si rimette per forza nell'acqua, ve la si tiene, mentre essa singhiozza, colla faccia coperta di sudore. Tre volte si torna ad immergerla ed ogni volta si vede l'ago che cammina, e finalmente quell'ago esce dalla estremità del pollice... Naturalmente, essa gridava perchè l'ago camminava nelle carni, come se qualcuno lo avesse spinto, per toglierlo. Celestina non ha mai più sofferto nulla, la sua mano non ha serbato che una piccola cicatrice, al solo fine di mostrare il lavoro della Beata Vergine...
Quell'aneddoto produsse maggior effetto ancora che i miracoli delle grandi guarigioni. Un ago che camminava come se qualcuno l'avesse spinto! Quel fatto popolava l'invisibile, additando ad ogni ammalato il suo angelo custode, ritto dietro di lui, pronto ad assisterlo, dietro un ordine del cielo. Poi, come era grazioso ed infantile, quell'ago, che se ne andava nell'acqua miracolosa dopo essersi ostinato a rimanere lì per sette anni!
E tutti davano in esclamazioni, rallegrati, ridendo di gioia, nel vedere che al cielo nulla era impossibile, che se il cielo lo avesse voluto sarebbero tornati tutti in buona salute, giovani ed aitanti. Bastava credere e pregare con fervore perchè la natura fosse vinta e l'incredibile si avverasse. Oltre a questo non v'era che una questione di fortuna, perchè pareva che il cielo facesse delle scelte.
- Oh! padre, com'è bello! ? mormoro Maria che aveva ascoltato fino allora, rianimata dalla curiosità e muta per la forte impressione. ? Ti ricordi quello che m'hai raccontato tu stesso, di quella Gioacchina Dehaut, che venuta dal Belgio, ha attraversata tutta la Francia colla sua gamba torta, coperta di un'ulcera di cui il lezzo faceva fuggire la gente...
Anzitutto l'ulcera è guarita, si poteva stringerle il ginocchio, non sentiva nulla, non rimaneva che un lieve rossore... Poi venne la volta della lussazione. Nell'acqua, si diede ad urlare, le pareva che le spezzassero le ossa, che le strappassero la gamba ? ed in pari tempo lei e la donna che le faceva il bagno videro il piede deforme raddrizzarsi con la regolarità d'una lancetta che cammina sul quadrante. La gamba si stendeva, i muscoli si allungavano, il ginocchio tornava a posto; Gioacchina, dallo spasimo, aveva finito coll'andare in svenimento. Ma quando tornò in sè, si slanciò, dritta ed agile, alla Grotta per portarvi le gruccie.
Guersaint rideva anche lui di meraviglia, confermando col gesto quel racconto, che aveva udito da un padre dell'Ordine dell'Assunzione.
Avrebbe potuto, diceva, riferire venti altri casi consimili, più commoventi e straordinari gli uni degli altri. Se ne appellava alla testimonianza di Pietro: e questi, che non credeva, si limitava a nicchiare col capo. Sulle prime, non volendo affliggere Maria, aveva procurato di distrarsi guardando i campi, gli alberi, le case che gli sfilavano davanti. Avevano oltrepassato Angoulême, si vedevano delle distese di prati, dei pioppi fuggivano, nel perenne movimento di ventaglio prodotto dalla velocità. Probabilmente erano in ritardo perchè il treno, spinto a tutto vapore, ruggiva sotto il nembo, attraverso l'aria infuocata, divorando i chilometri. E, senza volerlo, Pietro udiva ad ogni modo dei brani di racconto e si interessava a quelle storie stravaganti, cullato dalle dure scosse delle ruote, come se la vaporiera, sbrigliata e vaneggiante, li avesse condotti tutti nella terra divina dei sogni. Si correva, si correva sempre ed alla fine egli cessò di guardar fuori e si abbandonò nell'aria afosa e soporifera del vagone, in cui cresceva l'estasi, lontano da quel mondo reale che attraversavano con volo così celere. Il viso rianimato di Maria lo penetrava di gioia. Le abbandonò la sua mano, che ella aveva preso per dirgli, in una stretta, tutta la fiducia che rinasceva in lei. Perchè attristarla coi suoi dubbi, giacchè desiderava che ella guarisse?
Serbava quindi fra le sue, con tenerezza infinita, quella madida manina da ammalata, profondamente commosso da un senso di fraternità addolorata, e desideroso di credere alla pietà delle cose, ad una bontà superiore che tempera il dolore ai disperati.
- Oh! Pietro, ripeteva lei, com'è bello, com'è bello! E che gloria per la Beata Vergine se vorrà disturbarsi per me!... In verità, credete che io ne sia degna?
- Certo, esclamò lui, siete la migliore e la più pura delle creature, un'anima tutta bianca, come diceva vostro padre e non ci sono abbastanza buoni angeli in paradiso per farvi scorta.
Ma non era finito. Suor Giacinta e la signora di Jonquière dicevano ora tutti i miracoli che sapevano, il lungo seguito dei miracoli che fiorivano da trent'anni a Lourdes, come l'ininterrotta fioritura delle rose sul rosaio mistico. Si contavano a migliaia, rispuntavano ogni anno, con una prodigiosa vitalità di linfa, più splendidi, in ogni stagione novella. E gli ammalati che ascoltavano quelle meraviglie, con esaltazione sempre maggiore, erano simili ai bambini, i quali, dopo una bella fiaba ne vogliono un'altra, ed un'altra, ed un'altra ancora. Oh, delle storie ancora, quelle belle storie in cui la realtà dolorosa era sbeffeggiata, l'ingiusta natura era vinta, in cui Iddio interveniva come il medico supremo, quegli che se ne ride della scienza e dispensa la felicità a suo talento!
Furono dapprima i sordi ed i muti che udivano e vedevano: Aurelia Bruneau, incurabile, col timpano rotto, che, all'improvviso, era beatificata dai suoni celestiali di un harmonium: Luisa Pourchet, muta da quarantacinque anni, la quale, stando in orazione davanti alla Grotta, esclama ad un tratto: "Io vi Saluto, o Maria!" ed altri, altri ancora, radicalmente guariti per aver messa qualche goccia d'acqua nelle orecchie, o sulla lingua.
Poi, sfilarono i ciechi; il padre Ermanno, che sentì la mano morbida della Beata Vergine tagliargli il velo che aveva sugli occhi: la signorina di Pontbriant, la quale, essendo in pericolo di perdere tutti e due gli occhi, ricuperava la vista, e più acuta di prima, dopo una sola preghiera: un'altro, un ragazzo di dodici anni, di cui la cornea somigliava ad una biglia di marmo, ritrovava, in tre minuti, degli occhi limpidi e profondi, in cui pareva che gli angeli sorridessero.
Ma abbondavano sopratutto i paralitici, gli zoppi che si mettevano a camminare dritti, quelli che non potevano muoversi dal loro giaciglio di dolore ed a cui il Signore diceva: "Alzati e cammina!"
Delaunoy, atassico, cauterizzato, arso, appeso, tornato quindici volte negli ospedali di Parigi, d'onde recava la diagnosi concorde di dodici medici, sente una forza che lo solleva al passare del Santissimo Sacramento e si dà a seguirlo, con gambe sane.
Maria Luisa Delpon, quattordicenne, di cui la paralisi aveva irrigidito le gambe, rattratte le mani, stirata da una parte la bocca, vede le sue membra snodarsi, la contorsione della sua bocca sparire, come se una mano invisibile avesse tagliato i vincoli atroci che la opprimevano.
Maria Vachier, inchiodata da diciassette anni nel suo seggiolone dalla paraplegia, non solo corre, ma vola all'uscire dalla piscina, e non ritrova neppure più la traccia delle piaghe di cui il suo lungo decubito le aveva coperto la persona.
E Giorgio Hanquet, colpito dal rammollimento del midollo spinale ed assolutamente insensibile, passa senza transizione dall'agonia alla perfetta salute. E Leonia Charton, altra che soffriva di rammollimento del midollo spinale, cosicchè le sue vertebre formavano una grossa sporgenza, sente la sua gibossità sciogliersi come per incanto, mentre le sue gambe si raddrizzano, fatte nuove e robuste.
Poi citarono ogni specie di mali. Anzitutto degli accidenti di scrofola, altre gambe perdute o ricuperate; Margherita Gehier, da ventisette anni afflitta da una coxalgia col fianco roso dal male, il ginocchio destro anchilosato, la quale cade improvvisamente in ginocchio per ringraziare la Beata Vergine della sua guarigione; Filomena Simonneau, la giovine vandeana di cui la gamba destra è forata da tre piaghe orribili, in fondo a cui le ossa cariate, lasciano cadere delle scaglie, di cui le ossa, la carne e la pelle si riformano.
Poi vennero le idropiche: la signora Ancelin, di cui i piedi, le mani ed il corpo intero si sgonfiò, senza che si potesse sapere dove quell'acqua fosse andata: la signorina Montagnon, da cui avevano cavato, a più riprese, ventidue litri d'acqua, e che, essendosi gonfiata di nuovo, si vuotò sotto la semplice applicazione di una compressa, immersa nella fonte miracolosa, senza che si trovasse nulla, nel letto, nè sull'impiantito.
E così pure, non vi ha malattia dello stomaco che resista all'acqua di Lourdes.
Tutte spariscono al primo bicchiere.
E' Maria Souchet, magra come uno scheletro, che vomita del sangue nero, e che, dopo aver bevuto, si mette a mangiare come un lupo e torna pingue in due giorni.
E' Maria Jarland la quale, essendosi bruciato lo stomaco, bevendo per errore un bicchiere di solfato di rame, sente il tumore, venuto in seguito, sciogliersi per incanto. Del resto, tutti i tumori se ne vanno così, nella piscina, senza lasciare la menoma traccia.
Ma quello che fa ancora maggior meraviglia sono le ulceri, i cancri, tutte le orribili piaghe apparenti, che un soffio dall'alto cicatrizza. Un ebreo, un commediante, non fece altro che immergere la mano e ne la tolse guarita. Un giovine forestiero, immensamente ricco, che aveva al polso destro una ciste grossa come un uovo di gallina, la vide sciogliersi. Rosa Duval, alla quale era venuto al gomito sinistro in seguito ad un tumore bianco un buco così grande da mettervi una noce, potè tener dietro al rapido lavorìo della carne nuova che colmava quel foro. Bastò che la vedova Fraumond, la quale aveva il labbro mezzo distrutto da un cancro, lo bagnasse d'acqua e non le restò nemmeno un rossore. Maria Moreau, che soffriva atrocemente d'un cancro al seno, si addormentò, dopo avervi applicato una pezzuola imbevuta d'acqua di Lourdes, e quando si svegliò, due ore dopo, il dolore era cessato, le carni erano pure, d'una freschezza di rosa.
Finalmente suor Giacinta iniziò il capitolo delle cure immediate e radicali della tisi, la terribile malattia che flagella l'umanità, la malattia che gli increduli sfidavano la Beata Vergine di guarire e che essa guariva però, a quanto dicevano, con un solo cenno del mignolo.
Cento casi, l'uno più straordinario dell'altro, apparivano in quei racconti.
Margherita Coupel, tisica da tre anni, coll'apice del polmone consumato dai tubercoli, si alza e se ne va, risplendente di salute. La signora della Rivière, che, sempre madida di sudore gelato, con le unghie già livide, sputa sangue e sembra sul punto di esalare l'ultimo fiato, bevuta appena una cucchiaiata d'acqua che le si versa tra i denti, è salva: subito, il rantolo cessa, essa si mette a sedere, risponde alle litanie, domanda un brodo. Per Giulia Jadot ci vogliono quattro cucchiaiate: ma non poteva già più sollevare la testa ed era d'una costituzione così delicata che il male pareva l'avesse resa un'ombra; in pochi giorni si fa molto pingue. Anna Catry, tisica all'ultimo grado, col polmone sinistro mezzo distrutto da una caverna, viene immersa cinque volte nell'acqua fredda, contrariamente ad ogni prudenza, e guarisce, il polmone è risanato. Un'altra, una fanciulla tisica, condannata da quindici medici, non chiede nulla, non fa altro che inginocchiarsi per caso, alla grotta, rimanendo poi veramente stupita di essere stata guarita così, di volo, probabilmente nell'ora in cui la Beata Vergine, impietosita, lascia cadere il miracolo dalle sue mani invisibili.
Miracoli, altri miracoli ancora! Piovevano come fiori di sogno, in un cielo mite e tiepido. Ve n'erano di commoventi e ve n'erano di infantili. Una vecchia che, avendo la mano anchilosata, non poteva più muoverla da trent'anni, si lava e fa il segno della croce. Suor Sofia, che abbaiava come una cagna, si immerge nella piscina e ne esce con la voce limpida, intuonando un cantico.
Mustafà, un turco, invoca la Dama bianca e ricupera l'occhio destro, mettendovi una compressa.
Un ufficiale dei turcos è stato protetto a Sédan; a Reischoffen un corazziere sarebbe morto per una palla al cuore, se questa palla, che aveva attraversato il suo portafogli, non si fosse fermata davanti a un'imagine di Nôtre-Dame de Lourdes.
Ed i bimbi, i poveri piccini che soffrono, trovano grazia anch'essi: un ragazzetto di cinque anni, paralizzato, svestito e tenuto per cinque minuti sotto lo zampillo diaccio della piscina, si alzò e si diede a camminare; un altro, di quindici anni, che, steso in letto, non gettava che un grido da bestia, si slanciò fuori della piscina, gridando che era guarito; un altro, di due anni, piccino affatto questo, che non aveva mai camminato, restò un quarto d'ora nell'acqua fredda, poi rianimato e sorridente, come un ometto, mosse i primi passi.
E per tutti, grandi e piccini, i dolori erano acuti mentre si compiva il miracolo: perchè il lavoro di rigenerazione non poteva aver luogo senza una scossa straordinaria della macchina umana e le ossa si riformavano, la carne rinasceva, il morbo scacciato, sfuggiva in un'ultima convulsione.
Ma che benessere poi! I medici non potevano credere ai propri occhi: il loro stupore si manifestava ad ogni guarigione, quando vedevano i loro ammalati correre, saltare, mangiare con fame da lupi. Tutte quelle elette, quelle donne guarite, facevano tre chilometri, si mettevano a tavola davanti ad un pollo, dormivano della grossa per dodici ore. Nessuna convalescenza: uno sbalzo improvviso dall'agonia alla perfetta salute, le membra rifatte, le piaghe chiuse, gli organi ristabiliti nella loro integrità, la pinguedine ricomparsa, tutto questo con velocità fulminea. La scienza era presa a gabbo: non si adottava la menoma precauzione, immergendo le donne nel bagno in qualunque epoca del mese, mettendo i tisici sudati nell'acqua diaccia, abbandonando le piaghe alla loro putrefazione, senza nessuna cura antisettica. Poi, ogni momento, che inni di esultanza, che gridi di gratitudine e d'amore! La miracolata si getta in ginocchio, tutti piangono, accadono delle conversioni, protestanti ed ebrei si fanno cattolici; altri miracoli della fede questi, di cui il cielo trionfa. Gli abitanti vanno in folla ad aspettare la miracolata al suo ritorno nel villaggio natìo, mentre le campane suonano a festa, e quando la si vede balzare, agile, dalla carrozza, scoppiano grida e singhiozzi di gioia, s'intuona il Magnificat. Gloria alla Beata Vergine! gratitudine e tenerezza eterne!
Quello che emanava specialmente da tutte quelle speranze avverate, da tutte quelle fervide azioni di grazia, era una gratitudine profonda alla Madre purissima, alla Madre mirabile. Essa era il grande amore, passione di tutte le anime, la Vergine potente, la Vergine clemente, lo Specchio di giustizia, il Trono di saggezza. Tutte le anime si volgevano verso di lei, Rosa mistica nell'ombra delle cappelle, torre d'avorio sull'orizzonte del sogno, porta del cielo, aperta sull'infinito. Sin dall'aurora, risplendeva, chiara Stella del mattino, diffondendo la serenità di speranza novella. Non era essa, inoltre, la salute degli ammalati, il rifugio dei peccatori, la consolatrice degli afflitti? La Francia era stata sempre il paese amato da lei in modo speciale: la si adorava ivi di un culto ardente, il culto stesso della donna e della madre, in uno slancio di tenerezza divina, ed era in Francia specialmente che essa si piaceva a mostrarsi alle piccole pastorelle. Era così buona per gli umili! Si occupava continuamente di loro, e se tutti si rivolgevano così volentieri a lei, era perchè la sapevano l'intermediaria d'amore fra cielo e terra. Ogni sera piangeva delle lagrime d'oro ai piedi del divino suo Figlio per ottenere delle grazie; e queste grazie erano i miracoli che egli le permetteva di fare, quel bel campo fiorito dei miracoli, fragranti come rose del paradiso, così mirabile e prodigioso per splendore e profumo.
Il treno correva, correva sempre. Avevano attraversato Coutras ed erano le sei. E suor Giacinta, alzandosi battè palma a palma, ripetendo ancor una volta:
- L'Ave Maria, figli miei!
Certo gli Ave non si erano mai involati nell'aria con foga più ardente, più avvivata dal desiderio di essere esauditi dal cielo. Ed allora, all'improvviso, Pietro intese, ebbe la spiegazione chiara di quei pellegrinaggi, di quei treni che viaggiavano pel mondo intero, di quelle turbe che accorrevano, a Lourdes, fiammeggiante laggiù, come la salvezza dei corpi e delle anime. Ah! quegli esseri miserabili che vedeva, dalla mattina in poi rantolare fra gli spasimi, trascinando il loro doloroso carcame nella fatica di un tale viaggio!
Erano tutti dei condannati, abbandonati dalla scienza, stanchi di aver consultato tutti i medici, di aver tentato la tortura di tutti i rimedi inutili. E come si comprendeva che, ardendo dal desiderio di vivere ancora, non potendo rassegnarsi al decreto della natura ingiusta ed indifferente, essi sognassero un potere sovrumano, una divinità onnipotente, la quale muterebbe forse, in loro favore, le norme stabilite, cambiando il corso degli astri e correggendo la creazione!
Giacchè la terra li abbandonava, non era naturale che avessero per sostegno Iddio? La realtà era troppo abbominevole per loro, e sorgeva quindi nell'anima dolente un bisogno infinito di illusione e d'inganno. Oh! credere che vi sia, in qualche luogo, un giustiziere supremo, il quale ripara i torti apparenti degli esseri e delle cose, credere che vi sia un redentore, un consolatore che è il padrone di tutto, che può far risalire i torrenti alla foce, rendere la giovinezza ai vecchi, far risuscitare i morti! Dirsi, quando si è coperti di piaghe, quando si hanno le membra torte, il ventre gonfio di tumori, i polmoni distrutti, dirsi che non conta nulla, che tutto ciò può sparire e che si può rinascere ad un cenno della Beata Vergine, e che basta perciò pregare, commuoverla, ottenere da lei la grazia di essere prescelti! Che sorgente celestiale di speranze era per tutti, il rifluire portentoso di tutte quelle dolci storie di guarigione, di quelle adorabili fiabe, che cullavano e guarivano l'imaginazione febbricitante degli ammalati e degli infermi! Dacchè la piccola Sofia Couteau, col bianco piedino guarnito, era entrata in quel vagone, schiudendo il cielo sconfinato del divino e del soprannaturale, come si capiva il soffio di risurrezione che passava, facendo sorgere, a poco a poco, i più disperati dal loro giaciglio di dolore, facendo risplendere gli occhi di tutti, giacchè la vita era ancora possibile per loro e stavano forse per ricominciarla!
Sì, così era. Se quel treno doloroso viaggiava, viaggiava sempre, se quel vagone era così pieno, se erano pieni gli altri; se la Francia ed il mondo intero, dai punti più lontani della terra, erano solcati da treni simili; se delle turbe di trecentomila credenti, fra cui delle migliaia di ammalati, si mettevano in moto da un capo all'altro, era perchè, laggiù, la Grotta sfolgorava nella sua gloria come un faro di speranza e d'illusione, come la ribellione ed il trionfo dell'impossibile sulla materia inesorabile.
Non si era mai scritto romanzo più affascinante per esaltare le anime, trasportandole al disopra delle dure condizioni della vita. Sognare quel sogno, era la felicità ineffabile. Se i padri dell'Assunzione avevano veduto crescere d'anno in anno il successo dei loro pellegrinaggi, si era perchè vendevano ai popoli accorsi la consolazione, l'illusione, quel bene delizioso della speranza, di cui l'umanità dolente ha una fame continua, che nulla mai potrà saziare. E non erano soltanto le piaghe fisiche che gridavano al soccorso per ottenere guarigione; tutto l'essere morale ed intellettuale proclamava la sua miseria, in un desiderio insaziabile di felicità. Essere felici, mettere la certezza della propria vita nella fede, poggiarsi, sino alla morte, su quel saldo ed unico bastone da viaggio, questo era il desiderio di tutti, era il sogno che spingeva tutti i dolori morali a inginocchiarsi, chiedendo la continuazione della grazia, la conversione degli esseri diletti, la salvezza spirituale per sè e per i propri cari!
Il grido altissimo si propagava, saliva, riempiva gli spazi, essere felici per sempre, nella vita e nella morte!
E perciò Pietro li aveva veduti, i dolorosi che lo circondavano, non sentir più le scosse delle ruote, ritrovare delle forze ad ogni miglio che, divorato dalla vaporiera, li avvicinava al miracolo. Persino la signora Maze si faceva ciarliera, nella certezza che la Beata Vergine le renderebbe il marito. La signora Vincent, sorridente, cullava, pian piano, la sua piccola Rosa, trovando che era molto meno malata che quei bambini mezzi morti che si immergevano nell'acqua diaccia, e che, uscendone, si mettevano a giuocare. Sabathier scherzava con Guersaint, spiegandogli che in ottobre, quando avrebbe ricuperato l'uso delle gambe, andrebbe a fare un viaggio a Roma, viaggio che da quindici anni rimetteva sempre al domani.
La signora Vêtu, calmata, non provando che degli stiracchiamenti allo stomaco, si immaginava di aver fame e chiedeva alla signora di Jonquière il permesso di intingere delle fette di pane in un bicchiere di latte; mentre Elisa Rouquet, dimenticando la sua piaga, mangiava, a viso scoperto, un grappolo d'uva. E la Grivotte, che s'era messa a sedere, e frate Isidoro, che aveva cessato di lamentarsi, avevano ricevuto da quei bei racconti un eccitamento così giocondo che si preoccupavano dell'ora impazienti di guarire.
Ma il più straordinario fu l'uomo che, per un minuto, risuscitò. Mentre suor Giacinta gli tergeva di nuovo il sudore gelido, aprì le palpebre e per un attimo un sorriso gli illuminò il viso. Una volta ancora, l'ultima, aveva sperato. Maria continuava a tenere, nella manina tepida, la mano di Pietro. Erano le sette: non si doveva giungere a Bordeaux che alle sette e mezza: ed il treno, essendo in ritardo, aumentava sempre più di velocità. Il nembo si era sciolto in un acquazzone, che stillava in tepida mitezza dall'immenso cielo limpido.
- Oh! Pietro, com'è bello, com'è bello! ? ripetè di nuovo Maria, stringendogli la mano con tenerezza intensa.
E, chinandosi verso di lui, soggiunse a mezza voce:
- Pietro, ho veduta la Beata Vergine, un momento fa, ed è la vostra guarigione che ho chiesta ed ottenuta.
Il prete comprese, e si sentì rimescolato dallo sguardo sfolgorante di luce divina che essa fissava su di lui. Aveva scordato sè stessa per chiedere la di lui conversione, e quel voto pieno di fede, che spirava candido da quella creatura dolente e così cara, gli commoveva l'anima fino ai precordi. Perchè non potrebbe credere, un giorno? Rimaneva sconcertato egli stesso, davanti a tanti racconti straordinari.
Il calore asfissiante del vagone lo aveva intontito, e l'aspetto della miseria, stipata là dentro, faceva sanguinare le sue carni pietose. Ed il contagio agiva, egli non sapeva più definire dove si fermasse la realtà e cominciasse l'assurdo, incapace di fare una scelta fra quella quantità di fatti stupefacenti, di spiegare gli uni e respingere gli altri. Per un attimo, mentre un altro cantico vibrava, trasportandolo seco sul filo ostinato della idea fissa, egli smarrì la coscienza di sè, e nella vertigine piena di allucinazioni di quell'ospedale viaggiante che correva, correva sempre a tutta velocità, finì coll'imaginarsi di avere ricuperato la fede.

 5.
Il treno lasciò Bordeaux dopo una fermata di pochi minuti, in cui quelli che non avevano pranzato si affrettarono a comperare delle provviste. Inoltre, gli ammalati non smettevano ora di bere un po' di latte, ora di reclamare un biscotto, come bambini. E subito, appena si furono rimessi in cammino, suora Giacinta battè palma a palma.
- Via, lesti, la preghiera della sera.
Allora, per un quarto d'ora circa, ci fu un ronzìo confuso, dei Pater, degli Ave, un esame di coscienza, un atto di contrizione, un abbandono di sè stessi a Dio, alla Vergine, ai santi, tutt'un ringraziamento per la felice giornata, chiusa da una preghiera pei vivi e pei fedeli trapassati.
- In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, così sia.
Erano le otto e dieci, il crepuscolo sommergeva già nell'ombra la campagna, una pianura immensa, di cui le nebbie del vespro dilatavano i confini e dove delle vive scintille si accendevano qua e là, in lontananza, nelle case isolate.
Le lampade oscillavano, rischiarando di luce giallastra quei bagagli e quei pellegrini, ammucchiati colà e scossi dal continuo ondeggiamento del vagone.
- Saprete, figli miei ? riprese suor Giacinta, che era rimasta in piedi ? che ordinerò il silenzio a Lamothe, ad un'ora da qui, circa. Avete dunque un'ora per divertirvi; ma siate buoni, non vi eccitate troppo. E dopo Lamothe, non più una parola, udite bene, non un respiro, voglio che dormiate tutti.
Quell'avviso li fece ridere.
- Ah! ma questa è la regola e voi siete certamente troppo ragionevoli, per non obbedire.
Dal mattino in poi, avevano esaurito puntualmente il programma degli esercizi spirituali, indicati ora per ora. Adesso che tutte le preghiere erano dette, i rosarii recitati, i cantici cantati, la giornata era chiusa, non restava che una breve ricreazione prima del riposo.
Ma non sapevano che fare.
- Suor Giacinta ? propose Maria ? se voleste permettere al signor abate di farci un pochino di lettura? Egli legge perfettamente ed io ho qui, per l'appunto, un libriccino, una storia di Bernadette così graziosa...
Non la lasciarono finire: tutti gridavano, con impeto, come i ragazzi a cui si promette una bella storia:
- Oh! sì, suora, permettetelo! permettetelo!
- Certo ? disse la monaca ? che lo permetto, dal momento che si tratta di una buona lettura.
Pietro dovette acconsentire. Ma voleva stare sotto la lampada e gli convenne cambiar posto col Guersaint, che all'annunzio della storia si era infervorato quanto gli infermi.
E quando infine il giovane prete, comodamente stabilito, dichiarò che ci vedeva abbastanza ed aprì il libro, un nuovo fremito di curiosità corse da un capo all'altro del vagone, tutte le teste si sporsero, attente, mettendosi in ascolto. Per fortuna, egli aveva la voce chiara e forte, e potè dominare le ruote, di cui il rombo era più sordo in quella immensa pianura.
Ma, prima di cominciare, Pietro esaminò il libro. Era uno di quei libriccini da dozzina, usciti dalle stamperie cattoliche e sparsi a profusione per tutta la cristianità. Stampato male, su carta ordinaria, recava sulla copertina turchina una Nôtre Dame di Lourdes, un'imagine ingenua nella sua grazia compassata e goffa. Una mezz'ora gli sarebbe certamente bastata per leggerlo senza furia.
E Pietro cominciò, colla sua bella voce chiara, dal timbro dolce e penetrante.
- Era a Lourdes, cittaduzza dei Pirenei, un giovedì l'11 febbraio 1858. Il tempo era freddo ed un po' coperto. Nella casa del povero, ma onesto mugnaio Francesco Soubirous, mancava la legna per preparare il desinare. Sua moglie, Luigia, disse alla seconda figlia, Maria: Va a fare un po' di legna nei terreni comunali o lungo il Gave. ? Il Gave è un torrente che attraversa Lourdes.
"Maria aveva una sorella maggiore, Bernadette, giunta recentemente dalla campagna, dove dei buoni villici la tenevano per pastorella. Era una fanciulla esile e delicata, molto innocente, di cui tutta la sapienza consisteva nel saper recitare il rosario.
"Luisa Soubirous esitava a mandarla nel bosco, colla sorella, a motivo del freddo: però, essendone vivamente pregata da Maria ed anche da una piccola vicina, chiamata Giovanna Abadie, la lasciò andare.
"Le tre compagne, scendendo lungo il torrente per raccogliere gli sterpi, si trovarono rimpetto ad una grotta, scavata in un'enorme rupe, che quelli del paese chiamano Massabielle..."
Ma, a questo punto della lettura, e come voltava la pagina, Pietro si fermò e lasciò cadere il libriccino. La fanciullaggine del racconto, tutto a frasi fatte e vuote, lo irritava. E dire che lui aveva tra le mani tutti i documenti di quella storia straordinaria, che si infervorava sempre nello studiarne i menomi particolari e che serbava, in fondo al cuore, una tenerezza così dolce per Bernadette! Allora appunto gli era venuta l'idea che potrebbe iniziare, fin dall'indomani, l'inchiesta decisiva che aveva altre volte sognato di fare a Lourdes.
Era questa una delle ragioni che lo avevano deciso ad accompagnare Maria. Si era ridestata in lui l'antica curiosità sulla veggente che egli amava, indovinando che era una creatura candida, veridica ed infelice, ma di cui avrebbe voluto analizzare e spiegare il caso. Certo, essa non mentiva, aveva avuto una visione, aveva udito delle voci come Giovanna d'Arco e come Giovanna d'Arco doveva liberare la Francia, secondo i cattolici. Qual era dunque la forza che l'aveva prodotta, lei e la sua opera? Come la visione aveva essa potuto sorgere in quella bambina miserabile, e mettere in scompiglio le anime di tutti i credenti, a segno da rinnovellare i miracoli dei tempi primitivi, e fondare quasi una nuova religione, in mezzo ad una città santa, fabbricata a furia di milioni, invasa da turbe che, dall'epoca delle crociate in poi, non si erano più vedute accorrere così esaltate e così numerose?
Allora, smettendo di leggere, Pietro raccontò quello che sapeva e quello che aveva indovinato e ricostituito in quella storia ancor tanto misteriosa, nonostante i fiumi di inchiostro che aveva fatto scorrere. Nelle sue lunghe conversazioni coll'amico, il dottor Chassaignè, aveva imparato a conoscere il paese, i costumi e gli usi. Ed aveva una magica facilità di parola, una squisita e purissima facoltà di commuovere, delle doti straordinarie per far l'oratore sacro, doti che sapeva di possedere fino dal seminario, ma di cui non si valeva mai.
Quando si avvidero, in vagone, che egli sapeva la storia molto meglio e con più particolari del libro, e che la diceva con accento così dolce e profondo, ci fu una recrudescenza d'attenzione, un vivo slancio di quelle anime dolorose, assetate di felicità, che si davano tutte a lui.
Cominciò coll'infanzia di Bernadette, a Bartrés. Essa cresceva dalla balia, la comare Lagûes, la quale, avendo perduto il suo neonato, rendeva ai Soubirous, poverissimi, il servizio di mantenere e serbare con sè la loro creaturina. Quel villaggio di Bartrés, villaggio di quattrocento anime, ad una lega da Lourdes, sembrava un deserto, trovandosi sepolto tra il verde, lontano da ogni via frequentata. La via scende, le poche case sono disseminate fra praterie divise da siepi e sparse di noci e di castagni, mentre dei limpidi ruscelletti che non tacciono mai, seguono i pendii, o corrono lungo i sentieri; e la vecchia chiesuola romana si erge, solitaria, sopra un poggio, invaso dalle tombe del cimitero.
Da tutte le parti sorgono dei colli boscosi; è un nido fra alte erbe di una freschezza deliziosa, di un verde intenso, alimentate da un terreno pregno d'acqua, le perenni fiumane sotterranee che scendono dai monti. E Bernadette, che conduceva gli agnelli al pascolo per pagare il proprio vitto, li spingeva, per delle stagioni intere, attraverso a quel verde, dove non incontrava anima viva. Alle volte soltanto scorgeva, dalla cima di qualche poggio, le montagne lontane, il picco del Mezzogiorno, il picco del Viscos, alte moli sfolgoranti, o fosche, secondo il colore del tempo, e prolungate da altri picchi più distinti che avevano parvenze confuse e sfumate di visionario, come se ne vedono nei sogni. Poi, era la casa dei Lagûes, dove stava ancora la sua culla, una casa isolata e silenziosa, l'ultima del villaggio. All'intorno, si allargava un prato, sparso di peri e di meli, che soltanto un filo d'acqua sottile, che si poteva varcare di un salto, divideva dall'aperta campagna. Nell'abitazione, tetra e umida, a destra ed a sinistra della scala di legno che metteva al granaio, non c'erano che due grandi camere, selciate di pietra, ognuna delle quali racchiudeva quattro o cinque letti. Le ragazzine stavano insieme, ed alla sera si addormentavano, guardando le belle immagini appese al muro, mentre il grande pendolo, nella sua cassa di abete, suonava solennemente l'ora, in mezzo al silenzio profondo...
Ah! quegli anni di Bartrés, in quale incanto dolcissimo Bernadette li aveva vissuti! Cresceva gracile, sempre ammalata, soffrendo di un'asma nervosa che le dava delle soffocazioni ad ogni mutazione del vento: ed a dodici anni non sapeva nè leggere, nè scrivere, parlando solo il dialetto, rimasta bambina ed intellettualmente in ritardo, come lo era nel fisico. Era una buona bambina, molto dolce, molto seria; del resto una bambina come le altre, non ciarliera però, a cui piaceva più di ascoltare che di parlare.
Sebbene non fosse punto intelligente, rivelava molto buon senso naturale, ed anzi aveva una gran prontezza nelle risposte, una specie di brio ingenuo che faceva ridere. S'era stentato assai ad insegnarle il rosario. Ma, quando lo seppe, parve che volesse limitare a quello la sua scienza, continuando a recitarlo dalla mattina alla sera, cosicchè, quando la si incontrava coi suoi agnelli, aveva sempre la corona fra le dita, sgranando dei Pater e delle Ave. Quante ore visse così, sui pendii erbosi dei colli, tuffata nel verde e come allucinata dal mistero delle foglie, non vedendo null'altro del mondo che, tratto tratto, le cime delle montagne lontane assurgenti nella luce, in una vaporosa leggerezza da sogno! I giorni si succedevano ed essa rimaneva sempre assorta nel suo sogno, quell'unica preghiera che ripeteva, e, che in grembo a quella solitudine tanto fresca, tanto infantilmente semplice, le dava per sola amica e compagna la Santa Vergine. Poi, quante belle sere passò, d'inverno, nella sala a sinistra, dove si accendeva il fuoco! La sua balia aveva un fratello prete, che leggeva alle volte delle cose mirabili, delle storie di santi e di sante, delle avventure portentose da far tremare di paura e di gioia, delle apparizioni del paradiso sulla terra, mentre il cielo socchiuso, lasciava scorgere lo splendore degli angeli. I libri che egli portava, erano spesso pieni di imagini: il signor Iddio nella sua gloria; Gesù, così delicato e così bello, col suo viso di luce, e specialmente la Beata Vergine, che ricompariva continuamente, sfolgorante, vestita di bianco, d'azzurro e d'oro, così amabile che Bernadette la rivedeva talvolta nei suoi sogni. Ma il libro che leggevano più spesso era sempre ancora la Bibbia, una vecchia Bibbia ingiallita dall'uso, che era in famiglia da più di cento anni.
Ogni sera di veglia, il marito della balia, il solo che avesse imparato a leggere, prendeva uno spillo, lo appuntava nel libro a casaccio, incominciando la lettura in cima della pagina di destra, fra l'attenzione profonda delle donne e dei bambini. Alla fine, avevano imparato il libro a memoria ed avrebbero potuto continuare senza sbagliare una parola.
Bernadette preferiva però i libri pii, dove la Beata Vergine passava, col suo sorriso benigno. Però anche un altro genere di lettura l'allettava, la storia meravigliosa dei Quattro Figli Aymon. Sulla copertina gialla di quel libretto, piovuto dalla balla di un merciaio girovago smarrito in quella terra, si vedeva un'incisione ingenua, raffigurante i quattro prodi, Rinaldo ed i fratelli, tutti e quattro cavalcanti Baiardo, il loro famoso destriero, un dono principesco della Fata Orlanda.
E non erano che lotte sanguinose, costruzioni ed assedi di fortezze, sciabolate terribili fra Orlando e Rinaldo, i quali alla fine andavano a liberare la Terra santa, tacendo del mago Maugis dai meravigliosi incantesimi, e della principessa Clarice, sorella del re d'Aquitaine, bella come un occhio di sole. Bernadette, sovreccitata da quelle fiabe, penava spesso ad addormentarsi, in ispecie nella sera in cui, abbandonati i libri, qualcuno della brigata raccontava delle storie di stregoni. Essa era molto superstiziosa, e dopo il tramonto non sarebbe passata, per tutto l'oro del mondo, sotto una certa torre dei dintorni, frequentata dal diavolo. Del resto, tutta quella terra pia e semplice di spirito era come popolata di misteri: alberi che cantavano, pietre da cui trasudava del sangue, quadrivi dove conveniva recitare tre Pater e tre Ave, se non si voleva incontrare la bestia dalle sette corna, che trascinava le ragazze alla perdizione.
E che abbondanza di racconti spaventosi! Ve n'erano a centinaia: quando, a sera, cominciavano a raccontarli, non avrebbero più voluto smettere.
Anzitutto erano delle avventure di lupi-mannari, quegli sciagurati costretti dal demonio ad entrare nella pelle dei cani, gli enormi cani bianchi della montagna; se si tira un colpo di fucile al cane e che un pallino lo tocca, l'uomo è liberato; se il pallino non tocca che l'ombra, l'uomo muore immantinente. Poi veniva una sfilata interminabile di streghe e di stregoni.
Una di quelle storie piaceva in special modo a Bernadette: era la novella di un cancelliere di Lourdes, il quale voleva vedere il diavolo e che un venerdì santo era stato condotto, a mezzanotte, da una strega, in un campo buio.
Il diavolo capitava, sfarzosamente vestito di rosso. Subito, proponeva al cancelliere di comperargli la sua anima, offerta che questi fingeva di accettare. Per l'appunto, il diavolo aveva sotto il braccio il registro in cui le persone della città che gli si erano già vendute avevano messo la propria firma. Ma il furbo cancelliere, togliendosi di tasca una bottiglia che diceva piena d'inchiostro, mentre conteneva invece dell'acqua santa, ne spruzzava il diavolo, il quale gettava degli strilli orribili, mentre il cancelliere prendeva la fuga, portando via il registro. Allora cominciava una corsa sfrenata, che durava alle volte tutta la sera, per monti e valli, attraverso foreste e torrenti. "Rendimi il registro! ? No, non l'avrai!" E si tornava sempre daccapo così: "Rendimi il registro! ? No, non l'avrai!" Finalmente, il cancelliere, che aveva il suo progetto, si gettava, trafelato e prossimo a cadere, nel camposanto, in terra benedetta, d'onde canzonava il diavolo, agitando il registro, ed avendo salvato così le anime degli sciagurati che vi avevano messo la loro firma. In quelle sere, prima di darsi al riposo, Bernadette diceva mentalmente il Rosario, felice di vedere l'inferno sbeffeggiato, tremando però al pensiero che, senza dubbio, verrebbe a vagarle intorno appena ella avesse spento il lume. Per un inverno intero, le veglie si fecero in chiesa. Il curato stesso lo aveva permesso, e molte famiglie venivano, per risparmiare il lume, trovando che si stava più caldi così, tutti insieme.
Si leggeva la Bibbia, si dicevano le orazioni in comune. I ragazzi finivano coll'addormentarsi. Soltanto Bernadette lottava sino alla fine, felice di essere là, in quell'angusta navata, di cui le nervature sottili erano tinte di rosso e di turchino. In fondo, l'altare, dipinto anch'esso e indorato, con le sue colonne torte ed i suoi quadri: "Maria da Anna" e la "Decollazione di San Giovanni" vi spiccava in una ricchezza giallastra ed un po' barbara. E, nella sonnolenza che l'invadeva, la bambina vedeva forse la visione mistica di quelle imagini così vividamente colorite staccarsi, viva e vera, dalla parete, il sangue zampillare dalle piaghe, le aureole fiammeggiare, la Vergine tornare sempre a guardarla, coi suoi occhi azzurri, i suoi occhi viventi, mentre le pareva che fosse in procinto di schiudere le sue labbra di vermiglione per rivolgerle la parola.
Durante qualche mese, essa visse le sue serate in quel dormiveglia, rimpetto all'altare, indistinto e sontuoso, assorta nel sogno divino, che portava con sè per finirlo a letto, dormendo immobile, sotto la protezione del suo angelo custode.
E fu anche in quella vecchia chiesa, così umile e pervasa da un soffio di fede così ardente, che Bernadette cominciò ad imparare il catechismo. Stava per compiere i quattordici anni. Doveva pensare alla sua prima comunione. La sua balia, che era in voce d'avara, non la mandava a scuola, facendola lavorare in casa da mattina a sera. Barbet, l'istitutore, non l'aveva mai veduta in classe. Ma un giorno, che surrogava al catechismo il curato indisposto, la osservò per la sua pietà e la sua modestia.
Il prete voleva molto bene a Bernadette; e parlava spesso di lei all'istitutore, dicendogli che non poteva guardarla senza pensare ai fanciulli della Salette, perchè quei fanciulli dovevano essere semplici, buoni e pii come lei, perchè la Beata Vergine si fosse compiaciuta di apparire ai loro sguardi. Un'altra mattina, i due uomini trovandosi fuori del paese, e vedendola da lontano perdersi, col suo piccolo gregge, fra i grandi alberi, il prete si voltò più volte, ripetendo:
- Ignoro quello che succede in me, ma tutte le volte che incontro quella fanciulla mi pare di vedere Melania, la pastorella, la sorella del piccolo Massimino.
Evidentemente, egli era perseguitato da quel pensiero strano che finì col diventare una profezia.
Ed un giorno, dopo il catechismo, anzi una sera, alla veglia, in chiesa, non aveva egli raccontato quella storia meravigliosa, già nota da dodici anni: la Signora dal vestito abbagliante, che camminava sull'erba senza piegarla; la Beata Vergine che s'era mostrata a Melania ed a Massimino, sopra una montagna, sul margine d'un ruscello, per affidar loro un gran segreto ed annunziare la collera del figlio suo? Da quel giorno, una fonte nata dalle lagrime della Beata Vergine, guariva tutte le malattie, mentre il segreto, affidato ad una pergamena, chiusa da tre suggelli di cera, dormiva a Roma. Bernadette aveva ascoltato fervidamente quelle storie mirabili, col suo solito fare da dormente desta, poi l'aveva portate con sè, nel deserto frondoso in cui abitava, per riviverle dietro ai suoi agnelli, mentre il rosario scivolava, pallottola per pallottola, fra le sue dita esili.
E così scorse l'infanzia di lei, a Bartrés. Quello che incantava in quella Bernadette, gracile e povera, erano gli occhi soffusi d'estasi, i begli occhi da visionaria, dove il volo dei sogni passava come uno stormo di uccelli in un cielo limpido.
La bocca era grande e troppo tumida, indicando la bontà.
La testa quadrata, dalla fronte dritta, dai folti capelli neri, sarebbe parsa volgare, senza il fascino della sua dolce ostinazione.
Ma chi non intendeva il suo sguardo, non le prestava attenzione, ed essa non era allora che una bambina qualunque, una povera vagabonda, una creaturina cresciuta a stento, in umiltà timorosa.
Ed era stato certo nel suo sguardo che l'abate Ader aveva letto, con turbamento, quello che stava per fiorire in lei, gli spasimi silenziosi che pativa nella triste carne infantile, l'influenza della solitudine verdeggiante in cui era cresciuta, della dolcezza belante dei suoi agnelli, della Salutazione angelica che portava con sè sotto il cielo, ripetendola fino all'allucinazione e delle storie portentose udite in casa della balia, e delle veglie passate davanti alle pitture parlanti della chiesa e di quel soffio di fede primitiva, respirata da lei in quella terra remota, cinta dai monti.
Il 7 gennaio, Bernadette compiva i quattordici anni, ed i suoi genitori, i Soubirous, vedendo che non imparava nulla a Bartrés, decisero di riprenderla definitivamente con loro, a Lourdes, perchè assistesse con assiduità al catechismo, in modo da prepararsi seriamente alla prima comunione. Essa era dunque a Lourdes da quindici o venti giorni, quando, l'11 febbraio, di giovedì, una giornata fredda e un po' coperta...
Ma qui Pietro dovette interrompersi perchè suor Giacinta si era alzata, battendo forte palma a palma:
- Ragazzi miei, sono passate le nove... Il silenzio, il silenzio!
Avevano infatti oltrepassato Lamothe, il treno correva col suo rombo sordo, in un mare di tenebre, attraversando la pianura senza fine delle Lande, sommerse nella notte. Già da dieci minuti, non s'avrebbe più dovuto far motto nel vagone, dormendo o soffrendo senza dir parola. Vi fu un po' di ribellione, però.
- Oh! cara suora ? esclamò Maria, di cui gli occhi scintillavano ? un altro quarto d'ora, un quarticino solo! Siamo al punto più interessante!
Dieci voci, venti voci sorsero;
- Oh sì, di grazia! un altro quarto d'ora!
Tutti volevano udire il seguito, ardendo di curiosità, come se non avessero saputa la storia, tanto erano affascinati dai particolari, pieni di emozione umana, che il narratore riferiva. Gli sguardi non si staccavano più dal suo volto, le teste si sporgevano verso di lui, bizzarramente illuminate dalla lampada oscillante. E non erano soltanto gli ammalati che si infervoravano, anche le dieci donne, sedute in fondo, si accendevano di entusiasmo, volgendo verso Pietro le povere faccie brutte, belle in quel momento di fede ingenua, felici di non perdere una parola.
- No, non posso! ? protestò sulle prime suor Giacinta. ? Il programma è formale: bisogna far silenzio.
Però tentennava, così affascinata ella stessa dalla storia che le batteva il cuore sotto il soggolo. Maria insistè di nuovo, supplicò, mentre suo padre, Guersaint, che ascoltava, divertendosi del caso, affermò che ove si fosse interrotto il racconto, tutti si sarebbero sentiti male pel dispiacere; e siccome la signora di Jonquière rideva con aria indulgente, la suora finì col cedere.
- Via! via! passi per un quarto d'ora, ma un quarto d'ora soltanto, non è vero? perchè sarei in fallo se concedessi di più.
Pietro aveva aspettato placidamente, senza intervenire. E quindi continuò, colla stessa voce penetrante, ove il dubbio si inteneriva nella pietà di quelli che soffrono e che sperano.
Adesso, il racconto ricominciava a Lourdes, in via dei Piccoli Fossi, una via tetra, angusta e tortuosa, che serpeggia fra case povere e mura rozzamente intonacate. Al piano terreno di una di quelle tristi abitazioni, in fondo ad un andito buio, i Soubirous occupavano una sola camera, dove si stipavano sette persone, il padre, la madre, ed i cinque figli. Faceva quasi affatto buio in quella camera, perchè il cortile interno, piccolo e umido, non riceveva che una luce verdastra. Colà dormivano ammucchiati ? colà mangiavano quando c'era del pane. Da qualche tempo, il padre, falegname, stentava a trovar lavoro presso gli altri. Ed era da quello stambugio buio, da quella miseria profonda che Bernadette, la maggiore, usciva, in quel freddo giovedì di febbraio, per andar a raccogliere gli sterpi, con Maria, la sorella minore e Giovanna, una piccola amica del vicinato.
Allora la bella fiaba si svolse lungamente: come le tre ragazzette fossero scese lungo il Gave, dall'altra parte del castello, come avessero finito col trovarsi nell'isola del Chalet, rimpetto alla rupe di Massabielle, da cui le divideva soltanto lo stretto canale del mulino di Sâvy.
Era un luogo selvaggio, dove il pastore comunale spingeva spesso i maiali del paese, i quali, se capitava un acquazzone improvviso, si riparavano sotto quella rupe di Massabielle, alla cui base si apriva una specie di grotta, poco profonda, coll'ingresso chiuso da spini e da rosai selvatici. Gli sterpi erano scarsi, Maria e Giovanna attraversarono il canale, scorgendo dall'altra parte tutta una messe di rami, portati ed abbandonati colà dal torrente: mentre Bernadette, più delicata, un po' signorina, restava sulla spiaggia a disperarsi, non avendo il coraggio di bagnarsi i piedi. Aveva un po' di erpete alla testa e la madre le aveva caldamente raccomandato di ravvolgersi con cura nel cappuccio, un gran cappuccio bianco che spiccava sul vestito nero.
Quando vide che le compagne rifiutavano di aiutarla, si rassegnò a togliersi gli zoccoli ed a levarsi le calze.
Era circa il mezzogiorno, i tre rintocchi dell'Ave Maria dovevano suonare alla parrocchia, in quel tranquillo cielo d'inverno, velato da una fine bambagia di nubi. E fu allora che risentì un tal turbamento, un ronzìo così forte nelle orecchie, un tal frastuono di nembo, che le parve che un uragano, sceso dai monti, passasse su di lei; guardò gli alberi e restò stupefatta: non una foglia si moveva. Pensò allora di essersi ingannata e stava per raccogliere gli zoccoli, quando di nuovo, quell'impeto di bufera calò su di lei; ma, questa volta, la sensazione dolorosa delle orecchie si estendeva anche agli occhi: essa non distingueva più gli alberi, abbagliata da un candore, una specie di luce vivida, che le parve si fissasse poi sulla rupe, al disopra della grotta, in un crepaccio lungo e stretto, simile alla finestra ogivale di una chiesa gotica. Sbigottita, cadde in ginocchio.
Che era mai, oh! Dio! Alle volte, nei tempi cattivi in cui l'asma l'opprimeva maggiormente, essa passava delle notti pessime, facendo senza tregua, dei sogni, alle volte penosi, di cui sentiva ancora l'ansie nel ridestarsi, anche se non ricordava ciò che aveva veduto. Delle fiamme la circondavano, il sole le passava davanti alla faccia. Aveva sognato così nella notte antecedente? Era il seguito di qualche sogno dimenticato? Poi, a poco a poco, una forma si delineò, le parve di discernere un volto, che la luce vivida rendeva bianco bianco.
Temendo, colla sua fantasia popolata di storie di streghe, che fosse il diavolo, si mise a dire il rosario. E quando, spentosi a poco a poco il lume, ebbe attraversato il canale, raggiungendo Giovanna e Maria, restò stupita che non avessero veduto nulla, nè l'una nè l'altra, mentre raccoglievano gli sterpi davanti alla Grotta. Nel tornare a Lourdes, le tre ragazzette continuarono a discorrere: aveva veduto qualche cosa lei, dunque?
Ma essa non voleva rispondere, inquieta ed un po' vergognosa; finalmente disse che aveva veduto qualcosa di bianco.
Da allora in poi la voce del fatto si diffuse e crebbe.
I Soubirous, informati, si stizzirono di quelle fanciullaggini e vietarono alla figliuola di tornare alla rupe di Massabielle. Ma già tutti i ragazzi del quartiere ripetevano la storia, ed i genitori dovettero arrendersi e permettere che, alla domenica, Bernadette andasse alla Grotta con una bottiglia d'acqua santa, per sapere definitivamente se si aveva a che fare col diavolo.
Essa rivide la luce, la faccia che si delineava distintamente e sorrideva, senza temere l'acqua santa. E tornò anche al giovedì, accompagnata da altri, e fu soltanto in quel giorno che la Signora dalla vivida luce si incarnò, a segno da rivolgerle la parola:
"Fatemi la grazia di venir qui per quindici giorni".
A poco a poco, la Signora si era precisata così, il non so che vestito di bianco diventava una Signora più bella che una regina, come non se ne vede che sulle imagini.
Sulle prime, Bernadette si era mostrata esitante, agitata da scrupoli, di fronte alle domande di cui il vicinato la opprimeva, dalla mattina alla sera.
Poi parve che sotto la suggestione stessa di quegli interrogatorii, quel volto spiccasse più chiaramente nella sua memoria, assumendo una vita definitiva, delle linee e dei colori da cui la ragazzetta non si scostò mai più, nella sua descrizione. Gli occhi erano azzurri e dolcissimi, la bocca rosea e sorridente, l'ovale del volto aveva in pari tempo una grazia di gioventù e di maternità. Si scorgeva appena, sotto l'orlo del velo che copriva la testa e scendeva sino ai piedi, il lieve inanellarsi d 'una mirabile chioma bionda. Il vestito, tutto bianco, splendidissimo, doveva essere d'una stoffa ignota alla terra, intessuta di sole. La sciarpa, color del cielo, mollemente annodata, pendeva in due lunghi capi ondeggianti, d'una leggerezza d'aria mattutina.
Il rosario, appeso al braccio destro, aveva delle pallottole di una bianchezza lattea, mentre la catena e la croce erano d'oro.
E sui piedi nudi, gli adorabili piedi di neve verginale, fiorivano due rose d'oro, le rose mistiche di quelle carni immacolate di madre divina.
Dove mai Bernadette l'aveva veduta, quella Beata Vergine, così tradizionale, nella sua composizione primitiva, senza un gioiello, d'una grazia ingenua e gentile da popolo bambino?
In qual libro d'imagini del fratello della balia, del buon prete che faceva di così belle letture? In che statuina, in che quadro, in che vetrata della chiesa, dipinta e fregiata d'oro, in cui era cresciuta? Quelle rose d'oro sui piedi nudi sopratutto, quella gentilissima imagine d'amore, quella fioritura pia delle carni della donna, da qual romanzo di cavalleria avevano origine, da quale storia, raccontata al catechismo dall'abate Ader, da qual sogno inconsciente, portato nell'anima di Bernadette sotto le ombre di Bartrés, mentre ripeteva senza posa le allucinanti diecine di strofe della Salutazione angelica? Di nuovo, la voce di Pietro si era intenerita, poichè, se egli non diceva tutte quelle cose ai semplici di spirito che lo ascoltavano, la spiegazione umana che, nell'intimo, il suo dubbio tentava di dare a quei prodigi, faceva vibrare e fremere una fraternità amorosa nel suo racconto.
Egli amava anche più Bernadette pel fascino della sua allucinazione; quella Signora dai modi tanto aggraziati, così perfettamente amabile, così piena di cortesia nell'apparire e nello scomparire.
Prima si mostrava la gran luce, poi la visione si fermava, andava, veniva, si chinava, si muoveva, librandosi in un oscillare lieve ed insensibile; e quando essa svaniva la luce persisteva ancora per un momento, poi si spegneva, come un astro che muore. Nessuna signora di questo mondo poteva avere un viso così bianco e così roseo, così bello della bellezza infantile delle vergini della prima comunione: e lo spinoso rosaio della Grotta non feriva neppure i suoi adorabili piedi nudi infiorati d'oro.
E, subito, Pietro narrò le altre apparizioni.
La quarta e la quinta ebbero luogo venerdì e sabato, ma la Signora dalla luce sfolgorante, che non aveva ancora detto il suo nome, si limitò a sorridere ed a salutare senza parole.
Alla domenica pianse e disse a Bernadette:
- Pregate pei peccatori.
Al lunedì, diede alla bambina il gran dolore di non mostrarsi, volendo probabilmente sperimentarla. Ma, il martedì, le affidò un segreto personale che non doveva mai essere divulgato; poi finalmente la missione che le imponeva: "Andate a dire ai preti che qui bisogna fabbricare una cappella."
Il mercoledì mormorò più volte la parola: "Penitenza! Penitenza! Penitenza!" che la bambina ripetè, baciando la terra.
Il giovedì disse: "Andate a bere alla fontana ed a lavarvi e mangiate dell'erba che le cresce accanto"; parole che la veggente finì coll'intendere, quando una sorgente le zampillò sotto alle dita, in fondo alla grotta, e questo fu il miracolo della fontana incantata.
Poi si svolse la seconda settimana: essa non apparve il venerdì, ma fu puntuale nei cinque giorni successivi, ripetendo i suoi ordini, guardando col solito sorriso l'umile fanciulla da lei prescelta, la quale, ad ogni apparizione, diceva il rosario, baciava la terra, e saliva, ginocchioni, sino alla fonte, per bere e lavarsi. Finalmente, il giovedì 4 marzo, ultimo giorno di quegli appuntamenti mistici, essa chiese con maggior insistenza la costruzione di una cappella, perchè i popoli vi affluissero in processione da tutti i punti della terra.
Per altro, fino allora, per quante domande Bernadette le avesse fatte, aveva sempre rifiutato di manifestare l'esser suo: e fu soltanto il giovedì 25 marzo, tre settimane dopo, che la Signora, giungendo le mani e alzando gli occhi al cielo, disse:
- Io sono l'Immacolata Concezione!
Altre due volte, ad intervalli piuttosto lunghi, il 7 aprile ed il 16 luglio, essa apparve: la prima volta pel miracolo del cero, quel cero al disopra del quale la ragazzetta lasciò a lungo la mano, per distrazione, senza bruciarsi; la seconda volta per l'addio, l'ultimo addio e l'ultimo sorriso di graziosa cortesia.
Così aveva fatto precisamente diciotto apparizioni ? e non si mostrò più mai.
Pietro si era, in certo modo, sdoppiato nel suo intimo.
Mentre continuava quella bella fiaba, così dolce agli infelici, evocava per conto proprio quella misera e cara Bernadette, di cui i patimenti erano fioriti in un bocciolo così gentile.
Secondo la parola brutale di un medico, quella ragazzetta di quattordici anni, tormentata dalla pubertà in ritardo, già colpita da un asma, non era, dopo tutto, che una isterica, una degenerata, una specie di scema. Se non subiva violenze di crisi, se nei suoi accessi non aveva rigidità di muscoli, se subiva il ricordo preciso dei suoi sogni, questo significava soltanto che essa incarnava il tipo, il documento nel suo caso specialissimo; ed il miracolo è costituito dall'inesplicabile; la scienza sa così poco ancora, in quell'infinita varietà che i fenomeni assumono a seconda dei soggetti!
Quante pastorelle avevano veduto la Vergine prima di Bernadette, con gli stessi particolari fanciulleschi! Non era sempre la stessa storia, la Signora vestita di luce, il segreto affidato, la sorgente che zampilla, la missione da compiere, i miracoli, di cui l'incanto converte le turbe?
Non era sempre quello stesso sogno d'una ragazzetta povera, quella stessa miniatura da libro di preghiere, l'ideale fatto di bellezza tradizionale, di dolcezza e di cortesia, l'ingenuità dei mezzi e l'identicità dello scopo, liberazione dei popoli, erezione di chiese, processioni di fedeli? Poi, tutte le parole piovute dal cielo si somigliavano, erano appelli alla penitenza, promesse di soccorso divino; e non c'era di nuovo, nel caso attuale, che questa dichiarazione straordinaria: "Sono l'Immacolata Concezione", che spiccava come utile riconoscimento, per parte della Beata Vergine stessa, del dogma promulgato, tre anni prima, a Roma.
Non era la Vergine Immacolata che appariva, ma l'Immacolata Concezione, l'astrazione stessa, la cosa, il dogma, cosicchè si poteva chiedersi se la Beata Vergine avrebbe parlato così. Le altre parole, Bernadette le aveva forse udite e serbate in un angolo incosciente della sua memoria. Ma questa, d'onde veniva mai, per portare al dogma, ancora discusso l'appoggio prodigioso della testimonianza della Madre concepita senza peccato? E Pietro, che era convinto dell'assoluta buona fede di Bernadette, rifiutando di crederla lo strumento di una frode, si smarriva, turbato, mentre la verità si offuscava in lui.
A Lourdes, l'emozione era immensa, la folla accorreva, cominciavano i miracoli ed in poco tempo cominciavano quelle persecuzioni inevitabili che assicurano il trionfo delle nuove religioni.
L'abate Peyramale, curato di Lourdes, un gran bravo uomo, di mente retta ed energica, poteva dire con ragione che egli non conosceva quella bambina, che non l'aveva ancora veduta al catechismo. Dov'era la pressione, la lezione imparata a memoria? Non si scopriva mai altro che l'infanzia a Bartrès, i primi insegnamenti dell'abate Ader, forse qualche conversazione, qualche cerimonia religiosa in onore del dogma recente, o, semplicemente, il dono di una di quelle medaglie che erano state distribuite a profusione. L'abate Ader, che aveva vaticinato la missione della veggente, non doveva ricomparire mai più. Era destinato a rimanere escluso dalla storia di Bernadette, lui che era stato il primo a sentire quella piccola anima fiorirgli tra le mani.
E tutte le forze sconosciute del paesello remoto, di quell'angolo verdeggiante, così gretto e superstizioso, continuavano ad espandersi in un soffio potente, turbando le fantasie, diffondendo il contagio del mistero. Taluni ricordavano che un pastore d'Argelès aveva predetto, parlando dalla roccia di Massabielle, che dei grandi fatti avrebbero avuto luogo colà.
Altri ragazzi cadevano in estasi, con gli occhi spalancati, le membra scosse da convulsioni: ma vedevano il diavolo, quelli. Pareva che un nembo di follia passasse sul paese.
A Lourdes, una vecchia signora dichiarava che Bernadette non era che una strega e che le aveva veduto nell'occhio la zampa di rospo. Per altri, invece, per le migliaia di pellegrini che accorrevano, essa era una santa di cui baciavano i vestiti. Quando cadeva in ginocchio davanti alla grotta, con un cero acceso nella destra, sgranando la corona colla sinistra, scoppiavano dei singhiozzi ? un ardore frenetico invadeva le anime.
Ella si faceva pallidissima, bellissima, si trasfigurava. I suoi lineamenti si alteravano, allungandosi in un'espressione di beatitudine straordinaria, mentre gli occhi si riempivano di luce e la bocca semi-aperta si agitava, come se avesse profferito delle parole che nessuno udiva. Ed era evidente che essa non aveva più volontà propria, invasa dal suo sogno ed a tal punto posseduta da lui, nell'ambiente ristretto e speciale in cui viveva, che lo continuava anche quand'era desta e lo accettava come una realtà indiscutibile, pronta a confessarlo col suo sangue, ripetendolo senza posa ed ostinandosi in esso, con particolari invariati.
Essa non mentiva, perchè non sapeva, non voleva e non poteva volere altra cosa all'infuori di quella.
Pietro, adesso, divagava facendo una pittura graziosa dell'antica Lourdes, quella cittadina pia, adagiata a' piedi dei Pirenei. Altre volte, il castello, piantato sulla sua rupe al quadrivio delle sette valli del Lavedan, era la chiave della montagna. Ma oggi, smantellato, non era più che una catapecchia in rovina, all'ingresso d'una strada senza uscita.
La vita moderna veniva a dar di cozzo contro il formidabile bastione degli alti picchi nevosi: e soltanto la ferrovia transpireana, se l'avessero costruita, avrebbe potuto stabilire una circolazione attiva della vita sociale in quell'angolo remoto, dove essa stagnava, per ora, come un'acqua morta.
Dunque Lourdes, dimenticato, sonnecchiava, tardo e felice nella sua pace secolare, con le vie anguste, selciate di ciottoli, le case nere, incorniciate di marmo. Le vecchie tettoie si raggruppavano ancora tutte all'est del castello; la via della Grotta, che si chiamava la via del Bosco, non era che una strada deserta ed impraticabile; nessuna casa scendeva fino al torrente Gave, di cui le acque spumeggianti scorrevano allora attraverso ad una solitudine assoluta di salici e di alte erbe.
Sulla piazza del Marcadal si vedeva poca gente nei giorni feriali, qualche massaia che si affrettava, qualche pensionato che oziava, e bisognava aspettare la domenica ed i giorni di fiera per trovare nel campo comunale le popolazioni vestite da festa, la turba degli allevatori scesi dai poggi lontani, con le loro bestie.
Anche durante la stagione delle acque, il passaggio dei bagnanti di Cauterets e Bagnères dava qualche movimento alla città; le diligenze l'attraversavano due volte al giorno, ma arrivavano da Pau per una strada pessima e bisognava passar a guado il Lapaca, che straripava spesso, poi si saliva l'erto pendìo della via Bassa, lungo il poggio della chiesa, ombreggiata da grandi olmi.
E che pace attorno a quella vecchia chiesa, entro quella vecchia chiesa mezzo spagnuola, piena di sculture antiche, di colonne, di dipinti, di statue, popolata di visioni d'oro e di carni dipinte, annerite dal tempo, come intravedute nel riverbero delle lampade mistiche!
Tutta la popolazione veniva in quella chiesa a seguire i riti, a pascersi gli occhi di quel sogno di mistero.
Non v'erano increduli; quello di Lourdes era un popolo dalla fede primitiva; ogni corporazione seguiva il gonfalone d'un santo, e nelle mattine di festa, delle confraternite di ogni genere, riunivano tutta la città in una sola famiglia cristiana. Quindi una gran purezza di costumi regnava in quel luogo, come un fiore mirabile, sbocciato in un vaso d'elezione: i giovani non trovavano neppure un luogo di vizio, tutte le fanciulle crescevano in fragranza e bellezza d'innocenza, sotto gli occhi della Beata Vergine, Torre d'avorio e Trono di saviezza.
E come si capiva che Bernadette, nata in quella terra di santità, vi fiorisse come una vera rosa naturale, sbocciata sulle siepi di rosari selvatici della via! Essa era la fioritura stessa di quel paese d'antica fede ed onestà: non sarebbe certamente cresciuta in nessun altro luogo, non poteva prodursi e svilupparsi che là, in quella razza in ritardo, nella fede sonnecchiosa di un popolo bambino, sotto la disciplina morale della religione. E che amore si era subito diffuso attorno a lei! Che fede cieca nella sua missione, che consolazione immensa e che speranza, fin dai primi miracoli! Un lungo grido di sollievo aveva accolto la guarigione del vecchio Bourriette, il quale ricuperava la vista e del piccolo Giustino Bouhorts, risuscitato dall'acqua diaccia della fontana. Finalmente, la Beata Vergine interveniva in favore dei disperati, costringendo la natura matrigna ad essere giusta e caritatevole!
Era il regno novello dell'onnipotenza divina, che metteva in iscompiglio le leggi del mondo a prò degli infermi e dei fedeli.
I miracoli si moltiplicavano, sfolgoravano, più straordinarii ogni giorno, come le prove innegabili della veracità di Bernadette. Ed essa era davvero la rosa delle aiuole divine, di cui l'opera spira celesti flagranze ed a cui crescono intorno tutti gli altri fiori della grazia e della salute spirituale.
Pietro era giunto a quel punto, dicendo di nuovo i miracoli e disponendosi a continuare col trionfo portentoso della Grotta, quando suor Giacinta, destandosi di soprassalto dal fascino in cui quel racconto l'aveva immersa, si rizzò con impeto.
- In verità, non c'è buon senso... A momenti suonano le undici.
Era vero. Avevano passato Morceaux, arrivavano a Mont-de-Marsan. Ed essa battè palma a palma.
- Il silenzio, ragazzi, il silenzio!
Questa volta non osarono ribellarsi, perchè essa diceva bene; non era ragionevole. Ma che peccato non udir la fine, restar così nel bel mezzo della storia!
Le dieci donne, sedute nell'ultimo scompartimento, fecero persino udire un mormorìo di disapprovazione: mentre gli ammalati, sporgendo ancora la faccia, con gli occhi spalancati verso quella luce di speranza laggiù, pareva ascoltassero ancora. Quei miracoli che ricominciavano senza posa, li penetravano, a poco a poco, di una esultanza infinita e soprannaturale.
- E nessuno più si muova - soggiunse la monaca allegramente ? o lo metto in castigo!
La signora di Jonquière diede in una risatina bonaria.
- Obbedite, ragazzi, da bravi, dormite, dormite per aver la forza, domani, di pregare con tutta l'anima alla Grotta.
Allora si fece silenzio ? nessuno più parlò, e non si udì che il rombo delle ruote, e le scosse del treno, travolto a tutto vapore attraverso alla notte.
Pietro non potè dormire.
Accanto a lui, Guersaint russava già leggermente, con fisonomia beata, nonostante la durezza dei sedili.
Per lungo tempo il prete aveva veduto gli occhi di Maria sbarrati ed ancora soffusi dello splendore delle meraviglie che egli aveva raccontato. Dapprima essa li aveva tenuti ardentemente fissi su di lui, poi li aveva chiusi, ed egli non sapeva se sonnecchiava o riviveva, con le palpebre chiuse, il miracolo perenne.
Adesso, certi ammalati parlavano in sogno, con delle risatine, rotte da gemiti incoscienti. Forse vedevano gli arcangeli aprire le loro carni per strapparne il male. Altri, presi dall'insonnia, si agitavano, soffocando i singhiozzi e guardando fisso nell'ombra.
E Pietro, fremente per tutto quel mistero da lui evocato, smarrito ed incapace di raccapezzarsi in quell'ambiente vaneggiante di fraternità dolorosa, finiva collo abborrire la sua ragione, mettendosi in diretta comunione con quegli esseri umili e deciso a credere come loro.
A che scopo quell'inchiesta fisiologica su Bernadette; inchiesta così complicata e piena di lacune?
Perchè non accettarla quella Bernadette, come una messaggera dell'al di là, una eletta dell'ignoto mondo divino? I medici non erano che degli ignoranti dalle mani brutali, mentre era così dolce assopirsi nella fede dei bambini, tra i giardini incantati dell'impossibile!
Egli ebbe finalmente un momento delizioso di abbandono, non cercando più di spiegarsi le cose di questo mondo, accettando la veggente col suo sontuoso corteo di miracoli, affidandosi completamente a Dio e lasciando che pensasse e volesse in sua vece.
E guardava fuori, dai cristalli, che non si erano arrischiati a calare per tema di nuocere ai tisici; e vedeva la notte immensa sommergere la campagna, attraverso a cui il treno fuggiva. Il temporale doveva essere scoppiato poichè il cielo era di una mirabile purezza notturna, come lavato dal diluviare delle acque.
Delle stelle splendevano, larghe, su quel fosco velluto, rischiarando di una luce misteriosa i campi rinfrescati e muti, che svolgevano all'infinito la buia solitudine del loro sonno.
Per le lande, per le valli, pei poggi, il vagone di miserie e di spasimi correva, correva sempre, infuocato, appestato, doloroso e gemente, nella solennità di quella notte augusta, così mite e così bella.
Al tocco passarono davanti Riscle.
Il silenzio continuava, penoso ed allucinato, fra le scosse.
Alle due, a Vic de Bigorre, s'udirono dei lamenti sordi: la via essendo in pessimo stato, gli infermi venivano scossi da un movimento serpentino intollerabile. E non fu che a Tarbes, alle due di mattina, che si ruppe finalmente il silenzio, dicendo, nel buio ancora assoluto della notte, le prime orazioni della mattina. Era il Pater e l'Ave, era il Credo, era l'appello a Dio per chiedergli la felicità d'una giornata gloriosa.
Oh! Dio, Dio giusto! Datemi abbastanza forza per evitare ogni peccato. per far il bene, per soffrir tutti i tormenti!
Ormai non dovevano fermarsi che a Lourdes. Ancora tre quarti d'ora, e Lourdes fiammeggerebbe, nella sua luce di speranza infinita, in fondo a quella notte, così lunga e così crudele.
Quel pensiero metteva un eccitamento febbrile nel triste risveglio di quegli infermi, che un'ansia dolorosa agitava per l'ultima volta, tra il malessere della mattina ed il rinnovarsi dei loro atroci spasimi.
Ma suor Giacinta si preoccupava specialmente dell'uomo, di cui non aveva cessato di asciugare la faccia, madida di sudore. Sin allora egli aveva vissuto, ed essa lo vegliava, non avendo chiuso gli occhi neppure per un minuto, ascoltando il suo fioco respiro, ostinata nell'intenso desiderio di condurlo almeno sino alla Grotta.
Si sbigottì all'improvviso e volgendosi alla signora di Jonquière:
- Vi prego, signora, passatemi subito subito la boccetta dell'aceto. Non lo sento più respirare.
Infatti, da un momento, non si udiva più il lieve soffio dell'uomo. Aveva sempre gli occhi chiusi, la bocca semiaperta; il suo pallore non aveva potuto aumentare; soltanto, era freddo e color di cenere.
Ed il vagone correva col suo tintinnìo di ferramenti scossi, anzi la velocità del treno sembrava cresciuta.
- Gli strofinerò le tempie ? riprese suor Giacinta. ? Aiutatemi.
L'uomo, all'improvviso, ad una scossa più forte, cadde colla faccia avanti.
- Ah! Dio mio! Aiutatemi! Alzatelo dunque!
Lo alzarono, era morto.
E convenne rimetterlo a sedere, nel suo angolo, con la schiena poggiata alla parete. Rimaneva dritto, col torso irrigidito, nicchiando solo un pochino colla testa ad ogni scossa.
Il treno continuava a portarlo via, collo stesso rombo di tuono, mentre la vaporiera, probabilmente felice di arrivare, gettava dei fischi acuti, tutt'una stridula fanfara di gioia, nella notte tranquilla. E per una mezz'ora interminabile il viaggio si compì con quel morto.
Due grosse lagrime erano scese sulle guancie di suor Giacinta: poi, giungendo le mani, si era messa a pregare.
Tutto i l vagone fremeva, nel terrore di quel terribile compagno, che conducevano troppo tardi alla Beata Vergine. Ma la speranza era più forte che il dolore; per quanto i mali, stipati là entro, si destassero, si acuissero, si irritassero, per la tremenda fatica, un inno d'esultanza vibrava a quell'ingresso trionfale nella terra del miracolo.
In mezzo ai pianti strappati dalle loro torture, gli infermi, esasperati e ruggenti, avevano intuonato l'Ave Maris Stella, con un crescendo tragico, in cui i gemiti finivano in grida di speranza.
Maria aveva ripreso la mano di Pietro tra le piccole dita ardenti di febbre.
- Oh! mio Dio! è morto quell'uomo, ed io che temevo tanto di morir prima dell'arrivo!... E ci siamo, ci siamo finalmente!
Il prete tremava per emozione infinita.
- Gli è che dovete guarire, Maria, e che guarirò anch'io, se pregherete per me.
La vaporiera fischiava con più violenza in fondo alle tenebre azzurre.
Arrivavano; i fuochi di Lourdes splendevano all'orizzonte. E tutto il treno intuonava un altro cantico, la storia di Bernadette, la nenia senza fine di sei diecine di strofe, in cui la Salutazione angelica torna sempre come ritornello, persistente, perturbante, schiudente all'anima il cielo dell'estasi.
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FINE Parte 1.